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argomento:  Rete sociale 

RIFLESSIONI BIOETICHE SUL SUICIDIO MEDICALMENTE ASSISTITO: il Parere del Comitato Nazionale di bioetica del 18 luglio 2019 (1^ parte)
Rivista  n. 310
autore:   Rita Schiarea




1. Premessa: le ragioni del parere e l’attenzione posta sull’aiuto al suicidio
1.1. L’enorme sviluppo delle tecnologie in medicina, per un verso consente
di curare pazienti che fino a pochi anni fa non avrebbero avuto alcuna
possibilità di sopravvivenza, e per l’altro in alcuni casi porta anche al
prolungamento della vita in condizioni precarie e di grandissima sofferenza.
Accanto alle trasformazioni tecnologiche è cambiata anche la sensibilità
sociale nei confronti della sofferenza. Anche per queste ragioni il morire suscita
oggi un complesso di riflessioni su tematiche etiche, giuridiche, sociali ed
economiche. In tale situazione vengono messe in gioco alcune questioni
fondamentali come il valore della vita umana, la dignità della persona con i suoi
diritti fondamentali (diritto alla libertà, all’uguaglianza, alla salute, ecc.), i valori
della medicina e del ruolo del medico, il valore delle opzioni giuridiche fatte
proprie dalle politiche pubbliche.
Fra le decisioni di fine vita è indispensabile tenere conto della natura
specifica delle domande avanzate dai pazienti, che possono essere molto
diverse tra di loro. In molti casi, infatti, i pazienti chiedono di essere
accompagnati “nel” morire con conseguenze etiche e giuridiche che non
ricadono nell’ambito né dell’eutanasia né dell’assistenza al suicidio (il c.d.
“accompagnamento nel morire”). In altri casi vi può essere la domanda di
essere aiutati nel morire senza sofferenza, che si traduce in una richiesta di
cure palliative; in altri ancora emerge la domanda di evitare forme di
accanimento clinico; o anche di rifiuto e rinuncia al trattamento sanitario
salvavita previsti dalla L. 219/2017.
Il CNB, dando seguito al proprio mandato di incentivare la discussione
pubblica su tematiche etiche e di offrire una riflessione ponderata in vista delle
decisioni politiche, ritiene necessario con questo parere svolgere una riflessione
sull’aiuto al suicidio a seguito dell’ordinanza n. 207/2018 della Corte
costituzionale, la quale è intervenuta sulla questione, sollevata dalla Corte di
Assise di Milano (ordinanza 14 febbraio 2018), in merito al caso di Marco
Cappato e alla sospetta illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice
penale. Del contenuto di questa ordinanza daremo una descrizione in seguito.
Il Comitato intende affrontare il tema dell’aiuto al suicidio con la
consapevolezza di rilevare posizioni difformi sia all’interno dello stesso
Comitato, sia nella società. La diversità di opinioni ha la possibilità di fornire
elementi di riflessione a servizio delle scelte di una società che intenda
affrontare una questione, come quella dell’aiuto al suicidio, che presenta una
serie di problemi e di interrogativi a cui non è semplice dare una risposta
univoca. Va considerato anche che l’elemento personale e le specifiche
situazioni giocano un ruolo rilevante nel momento in cui ci si interroga in cosa
consista il diritto alla vita, se esista un diritto alla morte, e quali siano i valori
etici a cui ispirarsi in questi frangenti, e in quale dimensione si collochi
l’intervento del terzo, in particolare del medico, chiamato a dare risposta alla
richiesta del paziente. Il dibattito pubblico concernente il suicidio assistito o
l’eutanasia illustra la grande difficoltà di riuscire a conciliare i due principi, così
rilevanti bioeticamente, della salvaguardia della vita umana da un lato, e
dell’autonomia e dell’autodeterminazione del soggetto dall’altro.
Dal diverso modo di interpretare il bilanciamento tra questi principi o di
assegnare la priorità all’uno piuttosto che all’altro derivano una serie di

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implicazioni bioetiche che a loro volta sollevano interrogativi non facilmente
risolvibili sul piano del diritto, in specie con riguardo al fine vita.
Tale questione, infatti, non possiede soltanto una dimensione etica e
giuridica, ma chiama in causa interrogativi esistenziali, psicologici, filosofici e
antropologici molto più generali. Il Comitato, pur non potendo esaurire il tema
sul piano antropologico-filosofico, propone una riflessione etica e giuridica per
un inquadramento del suicidio medicalmente assistito come questione che
nasce e si sviluppa nelle società contemporanee tecnologicamente avanzate.
Dal punto di vista etico, una domanda fondamentale riguardo al fine vita è
se esista una differenza intrinseca moralmente rilevante tra l’eutanasia o il
suicidio assistito da un lato, e la sospensione o la non attivazione di un
trattamento su richiesta del paziente, dall’altro. Alcuni contestano tale differenza
sulla base della constatazione che il risultato atteso, la morte del paziente, è
identico in entrambi i casi e parlano, nel caso di sospensione e non attivazione
di trattamenti sanitari su richiesta, di eutanasia omissiva. Altri ritengono, invece,
che tale differenza risieda nella distinzione tra uccidere e lasciar morire, e
pensano che esista una responsabilità morale radicalmente diversa tra essere
causa di un evento e permettere a un evento di accadere. A partire da tale
distinzione concettuale, si ritiene che eutanasia e suicidio assistito siano
sempre e comunque illeciti, mentre la sospensione o la non attivazione di un
trattamento su richiesta del paziente nelle situazioni previste sia sempre lecita.
Esistono, infine, posizioni intermedie, secondo cui la distinzione tra uccidere e
lasciar morire sarebbe generalmente valida, ma ammetterebbe delle eccezioni.
In tal modo essa non sarebbe un principio etico assoluto, ma prima facie, vale a
dire un principio generalmente valido, ma non sempre valido: così come
esistono casi in cui è moralmente illecito lasciare morire, esistono casi
eccezionali in cui sarebbe moralmente lecito ottemperare alla richiesta di un
paziente di essere ucciso o di essere aiutato ad uccidersi.
Ad ogni modo, qualunque possa essere la valutazione morale della liceità o
illiceità del suicidio assistito, va considerato che discorso morale e discorso
giuridico non devono né necessariamente coincidere né essere radicalmente
separati. Esistono posizioni secondo le quali alla illiceità morale del suicidio
deve seguire la proibizione giuridica della pratica; altre posizioni secondo le
quali alla liceità morale del suicidio deve seguire la legalizzazione della pratica.
Altre posizioni ancora sostengono che in circostanze mediche specifiche e in
certo qual modo eccezionali la richiesta e l’assistenza al suicidio non siano atti
moralmente riprovevoli, ma che ciò non comporti automaticamente che il
suicidio medicalmente assistito debba essere legalizzato o depenalizzato.
Qualora si supponga, infatti, che in casi estremi sia moralmente lecito aiutare
un individuo a uccidersi per evitare sofferenze che egli ritiene insopportabili,
sorgono una serie di interrogativi che rendono non scontata la traduzione in
termini giuridici di questa situazione: dalla compatibilità di tali pratiche con la
deontologia medica, alla difficoltà di garantire che alcune condizioni essenziali
siano ottemperate nella pratica clinica (dall’autonomia della richiesta del
paziente all’inutilità di tutte le possibili forme di cura e di assistenza alternative),
all’impossibilità di trovare formule giuridicamente univoche capaci di impedire
pericolose forme future di pendio scivoloso.
In generale, quindi, va sempre considerato che, su temi così delicati come
quelli in esame, e a fronte di un pluralismo morale diffuso nella nostra società,
etica e diritto non sempre convergono, e che le scelte del legislatore al riguardo

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devono mediare e bilanciare i diversi valori in gioco, al fine di potere
rappresentare le diverse istanze provenienti dalla società.
1.2. Oggetto di questo Parere è la questione sollevata dalla Corte di Assise
di Milano (ordinanza 14 febbraio 2018), che dubita della legittimità dell’art. 580
(a) “nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio in alternativa alle
condotte di istigazione e, quindi, a prescindere dal loro contributo alla
determinazione o rafforzamento del proposito di suicidio”; e (b) nella parte in cui
non distingue le condotte di semplice agevolazione da quelle di istigazione.
In risposta a tali quesiti, l’ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale
ha innanzitutto osservato che l’art. 580 del codice penale è “funzionale alla
protezione di interessi meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento”, e quindi
che “l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non può essere ritenuta incompatibile
con la Costituzione”. Ancora, la Corte sostiene che “l’incriminazione
dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio è (...) funzionale alla tutela del diritto alla
vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili”. Il principio etico di tutela
della vita trova, quindi, la sua estrinsecazione nell’art. 2 della Costituzione e
nell’art. 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo; ne deriva il dovere
per lo Stato di approntare tutte le misure affinché la vita sia adeguatamente
tutelata, “non quello - diametralmente opposto - di riconoscere all’individuo la
possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire”. Il fatto, poi, che il
legislatore nel 1930 concepisse il reato di aiuto al suicidio come una forma di
tutela della vita umana sulla base dell’interesse della collettività, non esclude
che, in seguito e ancor oggi, la ratio dell’art. 580 c.p. possa rinvenire una sua
più appropriata giustificazione nel valore personalistico della Costituzione
repubblicana.
Tuttavia, la Corte costituzionale ricorda anche come l’attuale assetto
normativo concernente il fine vita lasci prive di adeguata tutela determinate
situazioni ugualmente meritevoli di protezione e di rispetto, situazioni in cui il
valore della tutela della vita umana va bilanciato con altri beni
costituzionalmente rilevanti. Si tratta di situazioni che non erano minimamente
prevedibili nel 1930 (ma anche nei decenni successivi) e che sono determinate

dalle possibilità straordinarie della medicina e del suo apparato tecnico-
scientifico di salvare dalla morte pazienti in condizioni gravemente

compromesse; tali pazienti poi però si trovano a vivere in uno stato
irreversibilmente debilitato, talvolta anche di dipendenza tecnologica e di
sofferenza, che può indurre i malati a ritenere la propria vita non dignitosa.
In specie, la Corte ha individuato quattro requisiti che possono giustificare
un’assistenza di terzi nel porre fine alla vita di una persona malata: quando
essa sia a) affetta da una patologia irreversibile e b) che sia fonte di sofferenze
fisiche o psicologiche da lei giudicate intollerabili, c) che sia tenuta in vita grazie
a trattamenti di sostegno vitale e che al contempo resti d) capace di prendere
decisioni libere e consapevoli. È possibile domandarsi se questi requisiti indicati
dalla Corte abbiano un valore generale o siano stati formulati in riferimento al
caso specifico (situazione di Fabiano Antoniani, detto Dj. Fabo) sottoposto alla
sua attenzione.
La Corte traccia una analogia tra il rifiuto al trattamento sanitario consentito
dalla L. 219/2017 su Consenso informato e disposizioni anticipate di
trattamento e le correlate cure palliative, che possono giungere fino alla
sedazione profonda da un lato, e la richiesta di aiuto al suicidio da parte del

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malato di porre fine alla propria esistenza dall’altro. Tale analogia risulta uno dei
profili utilizzati per giustificare la legittimità dell’aiuto al suicidio nelle situazioni
estreme di cui si è detto. “Se infatti – scrive la Corte – il cardinale rilievo del
valore della vita non esclude l’obbligo di rispettare la decisione del malato di
porre fine alla propria esistenza tramite l’interruzione dei trattamenti sanitari –
anche quando ciò richieda una condotta attiva, almeno sul piano materialistico,
da parte di terzi (quale il distacco o lo spegnimento di un macchinario,
accompagnato dalla somministrazione di una sedazione profonda continua e di
una terapia del dolore) – non vi è ragione per la quale il medesimo valore debba
tradursi in un ostacolo assoluto, penalmente presidiato, all’accoglimento della
richiesta del malato di un aiuto che valga a sottrarlo al decorso più lento –
apprezzato come contrario alla propria idea di morte dignitosa – conseguente
all’anzidetta interruzione dei presidi di sostegno vitale”.
Per questo motivo, oltre che per il rispetto della dignità e
dell’autodeterminazione della persona malata, la Corte ritiene opportuno un
intervento del legislatore per definire modi e condizioni dell’assistenza al
suicidio e del diritto del soggetto a ricevere un trattamento di fine vita. Pertanto,
pur riconoscendo fin d’ora che l’art. 580 del codice penale necessita di essere
integrato da una norma capace di corrispondere alle richieste provenienti da
quelle situazioni estreme di cui si diceva (persona affetta da una patologia
irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, tenuta in vita
attraverso trattamenti di sostegno vitale, capace di decisioni libere e
consapevoli), la Corte differisce a data futura (24 settembre 2019) l’udienza
pubblica in cui si tratterà la questione di legittimità costituzionale. Per questo,
data la situazione di incertezza sul tema, il CNB ritiene opportuno di intervenire,
cercando di delineare i termini del problema e i valori in gioco.
2. Il rapporto tra eutanasia e suicidio assistito
Nel linguaggio specialistico e nel linguaggio comune spesso si usano i
termini “eutanasia” e “suicidio assistito” in modi diversi. È pertanto
indispensabile, prima di un’analisi etica e giuridica del tema, chiarire l’uso
semantico di queste espressioni. È necessario tracciare anche una distinzione
sulle procedure che caratterizzano la fattispecie dell’eutanasia e quella
dell’aiuto al suicidio.
Eutanasia è termine polisemico, possiede cioè differenti significati,
ancorché etimologicamente correlati. In generale qui la intendiamo come l’atto
con cui un medico o altra persona somministra farmaci su libera richiesta del
soggetto consapevole e informato, con lo scopo di provocare intenzionalmente
la morte immediata del richiedente. L’obiettivo dell’atto è anticipare la morte su
richiesta al fine di togliere la sofferenza; in questo senso, è inquadrabile
all’interno della fattispecie più generale dell’omicidio del consenziente (art. 579
c.p.).
Le circostanze specifiche di legittimazione giuridica di tali pratiche sono
variabili: generalmente le legislazioni prevedono condizioni di gravi patologie
inguaribili e di sofferenza fisica e psichica percepita come insopportabile e
esplicitata in modo ripetuto (es. legislazione olandese, belga e
lussemburghese). È oggetto di discussione la possibilità di allargare l’eutanasia
a condizioni di depressione, grave disagio esistenziale, solitudine, incidenza
economica negativa sulla famiglia, o anche a condizioni di non piena capacità di

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intendere e volere, come nel caso di minori o di persone affette da demenza.
Altra fattispecie è l’aiuto o l’assistenza al suicidio, che si distingue
dall’eutanasia perché in questo caso è l’interessato che compie l’ultimo atto
che provoca la sua morte, atto reso possibile grazie alla determinante
collaborazione di un terzo, che può anche essere un medico, il quale prescrive
e porge il prodotto letale nell’orizzonte di un certo spazio temporale e nel
rispetto di rigide condizioni previste dal legislatore. Non mancano casi in cui la
procedura si avvale di macchine che possono aiutare il paziente con ridotta
capacità fisica ad assumere il prodotto letale predisposto (dal medico o da altri).
Per lo più, l’aiuto al suicidio si realizza con l’assistenza del medico, del
farmacista o dell’infermiere e all’interno di strutture di cura (aiuto al suicidio
medicalizzato).
Si può, però, considerare anche un’altra ipotesi, quella di ritenere non
giustificato attribuire soltanto ai medici e alle professioni sanitarie coinvolte a
diverso livello (infermieri, farmacisti, psicologi) il compito di praticare il suicidio
assistito. Si possono anche prevedere commissioni interdisciplinari istituite
presso strutture sanitarie o socio-sanitarie, a carico del SSN, ove il ruolo dei
medici può essere limitato alla sola constatazione dell’esistenza o dell’assenza
di condizioni cliniche per il suicidio assistito, escludendo la collaborazione alla
predisposizione e alla somministrazione del farmaco letale1
.

Anche da parte dell’interessato si riscontra a volte il timore verso una morte
burocratizzata ed un eccesso di tecnologie o medicalizzazione e si prospettano
altre soluzioni: il ricorso a familiari, amici, o associazioni che offrono aiuto al
suicidio in istituti sociosanitari o a domicilio. In questi casi, realizzati fuori dagli
ospedali, l’“assistenza al suicidio” si completa con un’“assistenza
farmacologica”: la presenza di un medico può essere richiesta soltanto nel
momento iniziale della procedura, in cui nel rispetto di rigide condizioni il
medico prescrive il prodotto, che sarà poi distribuito dal farmacista. La persona
che entra in possesso del prodotto letale resta, peraltro, libera di decidere se
farne uso o meno in un secondo momento. Non mancano dati statistici di
persone che, pur avendo ottenuto il composto, non realizzano il loro programma
suicida.
Nel trattare la tematica in oggetto, la Corte costituzionale fa chiaro
riferimento all’aiuto al suicidio medicalizzato, ritenendo che in questa situazione
siano maggiormente rispettati i requisiti e i criteri di accortezza della pratica e
garantito a qualsiasi soggetto “un controllo ex ante sull’effettiva sussistenza, ad
esempio, della loro capacità di autodeterminarsi, del carattere libero e informato
della scelta da essi espressa e dell’irreversibilità della patologia da cui sono
affetti”.
In tutti i casi di richiesta di suicidio assistito sopra descritti, all’origine e alla
realizzazione dell’atto letale vi erano sempre la volontà della persona che ha
voluto mettere fine alla sua vita attraverso il suicidio e la presenza di un terzo o

1 È questa un’ipotesi presentata nell’audizione del 24 maggio 2019 presso il CNB dal Dott.
Filippo Anelli, Presidente Nazionale della FNOMCeO. Nel corso del suo intervento, il Dott. Anelli
ha presentato questa possibilità come residuale; l’audizione è stata infatti improntata, in primo
luogo, al valore della cura nella professione medica e al cambiamento di paradigma che
comporterebbe il suicidio assistito in questo contesto. Tale posizione è confermata dal
Documento conclusivo dei lavori della Consulta Deontologica Nazionale della FNOMCeO,
chiamata ad esprimere parre sul suicidio assistito in merito all’ordinanza n. 207/2018 della Corte
costituzionale, ila 14 marzo 2019.

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di terzi, che hanno assecondato la richiesta per ragioni di solidarietà e di pietà.
Le legislazioni che ammettono l’aiuto al suicidio ritengono condizione primaria
la volontà consapevole, libera, chiaramente affermata e verificata, e non
tollerano che, per vantaggi personali, un terzo incida o eserciti pressione
sull’autonomia della persona (fattispecie dell’istigazione al suicidio).
È opportuno, ora, discutere se la nozione di aiuto al suicidio, nelle sue
diverse modalità, possa rientrare nella nozione di eutanasia, dal momento che
le due fattispecie infatti vengono spesso accomunate sotto il profilo etico o
giuridico.
Per alcuni orientamenti distinguere l’aiuto al suicidio dall’eutanasia può
risultare operazione inconsistente e speciosa, data la sostanziale equivalenza
tra il fatto di aiutare una persona che vuole darsi e si dà la morte, e il fatto di
essere autore della morte di questa persona. Il suicidio, che per definizione è un
atto individuale quando il soggetto fa tutto da sé, cessa di essere tale nel caso
in cui ci sia assistenza, ossia quando altri provvedono a predisporre gli ausilii
richiesti a dare la morte, e all’interessato è lasciato solo l’ultimo atto. In questo
senso elementi strutturali dell’eutanasia si possono riscontrare nell’assistenza al
suicidio: la volontà del soggetto, pienamente libero e consapevole, a ricevere il
trattamento necessario per morire a seguito di circostanze da lui stesso
puntualmente determinate sul momento o previste anticipatamente; l’impegno
di un terzo di venire incontro a tale richiesta; l’interesse pubblico di controllare
che siano rispettate opportune cautele; l’obbligo delle strutture sanitarie ad
assistere il paziente e offrire concrete possibilità di accedere alle cure palliative
e alla sedazione.
Per altri orientamenti, invece, dal punto di vista filosofico e simbolico esiste
una differenza significativa a livello dei principi con cui queste due azioni
possono essere giustificate. Nella fattispecie dell’assistenza al suicidio si
osserva che il suicidio rimane un atto della persona stessa, mentre l’eutanasia
prevede nel dare la morte l’intervento di un terzo. Una distinzione che marca
l’idea secondo la quale consentire a una persona di darsi la morte non è
identico a dare la morte a qualcuno a seguito della sua richiesta. Si sottolinea
che l’omicidio su richiesta della persona contrasta con l’opinione diffusa
secondo cui la morte di un essere umano non deve essere provocata
intenzionalmente da altri. L’eutanasia coinvolge persone che esprimono il
desiderio di porre fine alla vita, ma che preferiscono o che necessitano che ciò
avvenga per mano di un terzo.
3. Inquadramento etico-giuridico sul fine vita nel nostro ordinamento
3.1. Lettura codicistica e giurisprudenziale
A prescindere dai dibattiti morali sottesi alle diverse posizioni,
nell’ordinamento italiano è assente una disciplina specifica delle due pratiche
sopra esaminate (eutanasia e suicidio assistito), che sono trattate come aspetti
delle figure generali dei delitti contro la vita. Un effetto di questa situazione è
che tali pratiche danno luogo a sanzioni penali molto elevate, di un rigore così
intenso da apparire, secondo alcuni, censurabili sotto il profilo di una
ragionevole proporzionalità della pena. Quest’aspetto emerge con chiarezza
ove si consideri che casi di eutanasia simili a quelli descritti sono riconducibili
alla fattispecie dell’omicidio del consenziente (art. 579 c.p., da sei a quindici
anni di reclusione) o a quella dell’omicidio volontario comune (art. 575 c.p.,

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reclusione non inferiore a ventuno anni). Come appare evidente, un simile
inquadramento delle tragiche vicende riconducibili all’omicidio pietatis causa è
incongruo.
Anche l’aiuto al suicidio è considerato fattispecie criminosa, disciplinata
congiuntamente all’istigazione al suicidio ex art. 580 c.p., figura criminosa che si
realizza tutte le volte in cui la vittima abbia conservato il dominio della propria
azione, nonostante la presenza di una condotta estranea di determinazione o di
aiuto alla realizzazione del suo proposito, e lo abbia realizzato, anche
materialmente, di mano propria.
La linea di discrimine tra le due diverse figure criminose ex art. 579 c.p. e
ex art. 580 c.p. consiste, dunque, nel fatto che l’ultimo atto causativo della
morte sia compiuto da un terzo o invece dal paziente, e ciò determina una
rilevanza decisiva sul piano della responsabilità penale con una diminuzione
della pena.
Va ancora sottolineato che il diritto, che tutela il bene vita e altri principi
fondamentali (libertà, dignità, uguaglianza, ecc.), nel corso del tempo ha già
trovato nel nostro ordinamento giuridico un bilanciamento tra i valori. La stessa
Corte costituzionale (ad es. nella sentenza n. 27/1975) ne ha ammesso una
ponderazione nella materia dell’interruzione volontaria della gravidanza, pur in
riferimento a chi “persona deve ancora diventare”, e si può citare la Corte di
Cassazione che nella vicenda Englaro ha stabilito che “deve escludersi che il
diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché
da esso consegua il sacrificio del bene vita” (Cass. Sez. I civ., n. 21748/2007).
In questa linea si colloca poi l’attuale normativa sul consenso informato e
sulle disposizioni anticipate di trattamento (L. 219/2017), dove il legislatore ha
ritenuto legittimo, sulla scorta della giurisprudenza costituzionale intervenuta ai
sensi degli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione, il rifiuto e la rinuncia informati e
consapevoli del paziente, espressi anche attraverso le DAT, e la pianificazione
condivisa, a qualsiasi trattamento sanitario, anche salvavita.
Rileva osservare che la Corte costituzionale nell’ordinanza in questione fa
un accostamento tra il rifiuto al trattamento sanitario in forza della L. 219/2017 e
l’assistenza al suicidio medicalizzato, al fine di giustificare per alcuni casi la
legittimità di quest’ultima. Inoltre, nel raccomandare nella propria ordinanza una
serie di limiti, cautele e condizioni all’assistenza medicalizzata al suicidio
(irreversibilità della malattia, gravi sofferenze, plurimi profili in presenza dei quali
una persona possa richiedere l’aiuto, riserva esclusiva di somministrazione di
tali trattamenti al SSN, possibilità per il medico di avvalersi dell’obiezione di
coscienza, ecc.) ipotizza che il legislatore possa regolamentare la legittimità
dell’assistenza al suicidio, non attraverso un’autonoma disciplina o “una mera
modifica della disposizione penale di cui all’art 580 c.p.”, bensì “inserendo la
disciplina stessa nel contesto della L. 219/2017 e del suo spirito”.
Tale ipotesi legislativa non è condivisa dal CNB, dato che permane una
netta differenza di fatto, con effetti sul piano etico e giuridico, tra il paziente
libero di rifiutare o di accettare un trattamento terapeutico e il paziente che
chiede di farsi aiutare a morire (aiuto al suicidio). Una cosa è sospendere o
rifiutare trattamenti terapeutici per lasciare che la malattia faccia il proprio corso;
altra cosa è chiedere ad un terzo, per esempio ad un medico, un intervento
finalizzato all’aiuto nel suicidio. Si tratta di affrontare due situazioni
giuridicamente diverse: l’una ammessa in forza dell’art. 32, comma 2 della
Carta costituzionale e della L. 219/2017; l’altra, vietata sulla scorta del principio

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“non uccidere”, posto a fondamento del vivere sociale le cui eventuali eccezioni
non possono essere invocate per analogia, ma in merito alla loro possibile
liceità, essere semmai oggetto di una decisione specifica da parte della Corte
costituzionale o del legislatore.
3.2. La sedazione palliativa profonda continua
Riguardo alla c.d. “sedazione palliativa profonda continua”, per utilizzare
un’espressione proposta dal Comitato Nazionale per la Bioetica nel Parere del
2016, si afferma la tesi, argomentata all’interno dello stesso Parere e in linea
con quanto sostengono le società scientifiche di cure palliative, che la
sedazione palliativa profonda continua non è equiparabile all’eutanasia, perché
l’una è un atto volto ad alleviare le sofferenze, l’altra un atto finalizzato alla
morte. Una simile differenza trova poi la sua giustificazione anche in altri
elementi: per esempio, nei farmaci diversi che vengono somministrati nei due
differenti procedimenti, sedativo o eutanasico, e anche nel diverso esito
dell’atto, in quanto nella sedazione il paziente si avvia, senza coscienza, verso
la morte naturale, mentre nell’eutanasia la morte viene provocata
nell’immediato. In questa linea si è precisato che il Codice di deontologia
medica 2014, “in ottemperanza dell’autodeterminazione del paziente da un lato
e nel rispetto della clausola di coscienza del medico dall’altro, sottolinea come
l’attuazione della volontà del paziente nel rifiutare le cure, pone il ricorso alla
sedazione profonda medicalmente indotta, come attività consentita al medico in
coerenza e nel rispetto dei precetti deontologici. Tutto ciò nel rispetto della
dignità del morente”2
.
3.3. Il suicidio
Dal punto di vista giuridico, il suicidio non è oggi oggetto di un divieto.
Tuttavia non costituisce esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, ma
viene inteso come una semplice facoltà o un mero esercizio di una libertà di
fatto.
Di norma la prevenzione del suicidio è una finalità importante e
condivisibile, in sintonia con la concezione personalistica della nostra
Costituzione che opportunamente sottolinea una prospettiva solidaristica. La
maggioranza degli studi, che si sono occupati del suicidio da diversi angoli
visuali (sociologico, psicologico, psichiatrico, ecc.), sono stati condotti anche
allo scopo di raccogliere informazioni utili a prevenire le condotte suicidarie.
Peraltro, appare evidente che, nelle ipotesi di suicidio assistito delineate
dalla Corte costituzionale, siamo di fronte ad una richiesta di assistenza nel
morire avanzata in condizioni esistenziali molto diverse rispetto a quelle che
contraddistinguono le molteplici tipologie di suicidio, indotte dalle “sofferenze
dell’anima”. In questo parere il Comitato Nazionale per la Bioetica utilizza il
termine suicidio nella piena consapevolezza della difficoltà di ricondurre le
situazioni indicate dalla Corte costituzionale alla categoria tradizionale del
suicidio. In ogni caso, di fronte alla richiesta di essere aiutati a morire,
l’approccio che ispira l’etica dell’accompagnamento nel morire è quello
dell’ascolto, dell’interpretazione della richiesta: ad ogni soggetto che, in
condizioni di particolare vulnerabilità fisica e psichica, manifesti la volontà di

2 Lettera del Presidente della FNOMCeO, Dott. Filippo Anelli, al Presidente del CNB, Prof.
Lorenzo d’Avack, del 14 marzo 2019.

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morire, deve essere dedicato un ascolto particolare, perché il medico possa
comprendere cosa significhi la sua richiesta.
4. Temi in discussione circa l’assistenza al suicidio
4.1. Il valore da attribuire all’espressione di volontà della persona
Il requisito considerato irrinunciabile perché la richiesta di aiuto al suicidio
sia legittima è che questa sia informata, consapevole e libera.
Nelle legislazioni che consentono l’aiuto al suicidio rimane come requisito
sempre necessario che la persona determini in maniera esplicita, libera e
informata la propria volontà di terminare la propria vita mediante la
collaborazione di altri, che predispongono mezzi materiali attraverso cui il
soggetto si dà la morte, e che non si tratti di una decisione presunta o di una
acquiescenza passiva o di una mera accettazione di suggerimenti altrui. Una
richiesta consapevole, libera e informata che in queste circostanze alcuni
ritengono opportuno che sia rivolta ad un medico di cui la persona abbia fiducia.
La comunicazione tra medico e paziente deve avvenire nel modo più
appropriato possibile e spetta al medico, in prima battuta, accertare che la
richiesta risponda alle condizioni di garanzia previste dalla legge. Dalla
documentazione, data in genere nella cartella clinica, deve risultare che il
paziente sia stato chiaramente informato sulla natura della sua malattia, sui
possibili sviluppi di cure multidisciplinari e anche di prodotti in corso di
sperimentazione e mirati su quelle patologie di cui è affetto il paziente e
sull’effettiva possibilità di un coinvolgimento in un percorso di efficaci e continue
cure palliative. Per queste ragioni la decisione di prestare assistenza
medicalizzata al suicidio, pur nel rispetto di condizioni e criteri prestabiliti, non
può diventare un automatismo, ma deve sempre essere presa pensando alla
persona che la chiede e alla situazione specifica.
Per alcune correnti di pensiero l’autodeterminazione della persona è
condizione necessaria e sufficiente per legittimare ogni atto medico: in questo
senso il consenso informato diviene espressione dell’autonomia del soggetto
capace che rivendica il controllo sulla propria vita e sulla propria morte.
Le nozioni di “consenso informato”, di “capacità legale” e di “capacità di
intendere e di volere” vengono, però, a volte criticate da altri a motivo del loro
carattere statico e formalistico, con un forte riferimento agli atti di disposizione
patrimoniale. Questi privilegiano, quindi, una nozione di “capacità di esprimere
la propria volontà o la propria identità”, che risulterebbe più dinamica e aderente
al carattere personale della decisione da adottare nel contesto in esame. E in
questo senso, può rilevarsi come la stessa Corte costituzionale, nell’ordinanza
n. 207/2018, non tratti di “capacità di intendere e volere”, ma fissi una delle
condizioni per l’assistenza al suicidio in concetti di carattere più sostanziale
come “capacità di autodeterminarsi” o capacità “di prendere decisioni libere e
consapevoli”.
Per altre correnti di pensiero, invece, la richiesta di aiuto al suicidio in
determinate circostanze è espressione di uno spazio di libertà personale, da
rispettare anche perché basato su principi etici e costituzionali.
Riconoscere la capacità di decisione delle persone in stato di grave
sofferenza non significa negare l’influenza dell’emotività nelle scelte. È nel
carattere degli umani l’essere guidati nelle loro azioni da sollecitazioni emotive
che interagiscono con la razionalità. Ma ciò non inficia l’autodeterminazione, né

15
può, di per sé, giustificare la limitazione della libertà delle persone sofferenti,
pena l’aggiunta di nuove sofferenze.
Per altre correnti ancora il consenso informato non è affatto sufficiente per
legittimare un atto che comporti la disposizione della propria vita. Un’eventuale
disposizione della propria vita può essere giustificata solo dall’adesione a valori
più alti, come per esempio avviene nel sacrificio di sé per salvare vite altrui. Vi
è, quindi, a fondamento della questione un modo diverso di intendere il rapporto
tra libertà e vita.
Infine, coloro che considerano illecito il suicidio assistito ritengono invece
che le condizioni esistenziali di grave malattia e di sofferenza insopportabile
rendano i soggetti particolarmente vulnerabili. In questi casi è difficile
presupporre una lucidità di giudizio e la libera capacità di volere del paziente,
cioè una volontà da vero esprit fort. La realtà è anche che un’ipotesi del genere
si muove in un’atmosfera chiaroscurale, dominata dall’angoscia e
dall’incertezza e tutt’altro che illuministicamente univoca. L’atteggiamento delle
persone gravemente malate e prossime alla fine può essere ambivalente e
incostante. Sono generalmente persone fragili, angosciate dal timore della
sofferenza e dalla mancanza di autonomia, talvolta afflitte da problemi
economici e familiari, incerte del loro futuro, bisognose di essere alleggerite dal
peso di decisioni gravose, spesso in stato di confusione o depressione. Sono le
condizioni prevalenti di chi si trova alla fine della vita, e vanno prese sul serio
sul piano bioetico per evitare il rischio che, in nome di una pretesa e supposta
volontà autonoma e informata del paziente, si aprano spazi di abbandono dei
soggetti considerati ‘marginali’, in quanto improduttivi, dipendenti e costosi, che
necessitano di un sostegno solidale.
4.2. Il rispetto dei valori professionali del medico e degli operatori
sanitari
Un problema di rilievo circa il suicidio medicalmente assistito o l’eutanasia
riguarda i valori professionali del medico e del personale sanitario coinvolto in
tale pratica. Al riguardo le posizioni sono molte, ma al fondo sono riconducibili a
due prospettive diverse che si rivelano essere tra loro in contrasto.
L’una è quella storicamente più diffusa, e afferma che il compito
professionale del medico e del personale sanitario è rivolto alla guarigione e
alla cura, e non contempla atti che procurano direttamente la morte. Un
eventuale coinvolgimento in pratiche tese a dare la morte (suicidio assistito o
eutanasia) comporterebbe un profondo mutamento (o addirittura uno
stravolgimento) della figura del medico e del suo ruolo nelle strutture sanitarie e
delle strutture sanitarie stesse. Infatti, invece di essere rivolte all’aiuto nel
morire, ossia all’accompagnamento nel morire attraverso le cure palliative e la
terapia del dolore, queste verrebbero rivolte all’aiuto a morire attraverso la
collaborazione a (o l’esecuzione di) atti che provocano direttamente la morte.
Escludere l’assistenza al suicidio consente al medico di conservare il significato
etico-deontologico della propria professione e al paziente di mantenere in modo
più saldo e solido la fiducia nel proprio medico. Si osserva anche che la
medicina non è un’attività meramente tecnica e neutrale, ma è una pratica
basata su un’etica e una deontologia che pone al centro la tutela della vita, la
cura e il prendersi cura del paziente.
Sono questi i principi espressi dalla World Medical Association che, nel suo
più recente documento sul suicidio assistito (2017), ha ribadito quanto già

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affermato in anni precedenti (1992, 2002, 2005, 2013 e 2015): “L’Associazione
Medica Mondiale riafferma il suo forte convincimento che l’eutanasia si pone in
conflitto con i principi etici fondamentali della pratica medica, e la Associazione
Medica Mondiale incoraggia fortemente tutte le Associazioni Mediche Nazionali
e i medici ad astenersi dal partecipare all’eutanasia, anche se la legge
nazionale la ammette o la depenalizza in certe circostanze”3

. Lo stesso

argomento può essere applicabile all’aiuto al suicidio.
Questa prospettiva è riaffermata dal Codice di deontologia medica (2014),
che all’art. 3 ricorda che “doveri del medico sono la tutela della vita, della salute
psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto
della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali
che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera”. E all’art. 17
precisa che “Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né
favorire atti finalizzati a provocarne la morte”. La posizione è ribadita anche dal
documento conclusivo dei lavori della Consulta Deontologica Nazionale della
FNOMCeO del marzo 2019, la cui relazione di accompagnamento, pure,
ammette che i valori professionali vanno “vissuti in un’epoca di evoluzione
travolgente della scienza e della tecnologia medica e influiscono nel processo
del morire, modificandolo; nello stesso tempo la società trasforma la percezione
sociale e individuale della morte”
4
.

Anche la Federazione Nazionale degli Ordini dei Farmacisti Italiani nel
proprio Codice deontologico (2018), all’art. 8 (Dispensazione e fornitura dei
medicinali) dispone che: “La dispensazione del medicinale è un atto sanitario, a
tutela della salute e dell’integrità psicofisica del paziente”. Inoltre, nel proprio
giuramento (testo approvato dal Consiglio Nazionale il 15 dicembre 2005) il
farmacista promette “di difendere il valore della vita con la tutela della salute
fisica e psichica delle persone per il sollievo della sofferenza come fini esclusivi
della professione, ad essi ispirando ogni mio atto professionale con
responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, affermando il
principio etico dell’umana solidarietà”.
Il nuovo Codice degli infermieri (aprile 2019) all’art. 24 sottolinea che
l’infermiere «presta assistenza infermieristica fino al termine della vita della
persona assistita. Riconosce l’importanza del gesto assistenziale, della
pianificazione condivisa delle cure, della palliazione, del conforto ambientale,
fisico, psicologico, relazionale e spirituale».
L’altra posizione è storicamente più recente e meno diffusa, e afferma che
l’aiuto a morire può rientrare tra i compiti professionali del medico e del
3 Cfr. il testo originale “The World Medical Association reaffirms its strong belief that euthanasia
is in conflict with basic ethical principles of medical practice, and The World Medical Association
strongly encourages all National Medical Associations and physicians to refrain from
participating in euthanasia, even if national law allows it or decriminalizes it under certain
conditions” (la traduzione è nostra). WMA Statement on Physician Assisted Suicide (Adopted by
the 44th World Medical Assembly, Marbella, Spain, September 1992 and editorially revised by
the 170th Council Session, Divonne-les-Bains, France, May 2005, reaffirmed by the 200th WMA
Council Session, Oslo, Norway, April 2015 and reiterated on October 2017)”. Il testo integrale di
tale documento è: “Physician-assisted suicide, like euthanasia is unethical and must be
condemned by the medical profession. Where the assistance of the physician is intentionally
and deliberately directed at enabling an individual to end his or her own life, the physician acts
unethically. However the right to decline medical treatment is a basic right of the patient and the
physician does not act unethically even if respecting such a wish results in the death of the
patient”.
4 FNOMCeO, Documento conclusivo della Consulta Deontologica Nazionale, marzo 2019, p. 3.

17
personale sanitario. Questo perché oggi non solo sono profondamente
cambiate rispetto al passato le condizioni del morire, ma anche perché le
persone vogliono affermare l’autodeterminazione sulla propria vita e sulla
propria morte. In alcuni casi, il processo del morire è prolungato da interventi
medici che comportano sofferenze e angosce nelle persone, così che non solo
si richiedono cure palliative e programmi di pianificazione delle cure, ma si
passa anche all’esplicita richiesta di aiuto a morire per superare un’inevitabile
situazione di dolore. In questi casi, la disponibilità del medico ad assecondare la
richiesta di morire nasce dal primum non nocere, ossia dal dovere che impone
di non causare nocumento e di diminuire il dolore.
In altri casi, inoltre, più che ad evitare sofferenze, la richiesta di essere
aiutati a morire nasce dalla scelta autonoma di una persona che vuole evitare la
perdita di dignità che l’evoluzione della malattia può comportare.
Anche in questa prospettiva si osserva che la medicina non è una mera
attività tecnica e neutrale, ma è pratica informata a un’etica che privilegia sia il
rispetto dell’autonomia dell’interessato, sia la lotta alle sue sofferenze, sia la
tutela di un vivere che per l’interessato ha perso dignità. I codici deontologici
dell’Olanda, del Belgio e del Canada hanno recepito questa prospettiva che
viene proposta come alternativa.
Va ancora tenuto conto che, nell’eventualità di una normativa che legittimi
l’aiuto al suicidio medicalizzato, in alcuni casi potrà esservi una concordanza tra
la volontà del paziente che chiede di porre termine alla propria vita, e la volontà
del medico o dell’operatore sanitario che assecondano la richiesta del paziente.
Ma in altri casi potrà riscontrarsi una discordanza, perché il medico o
l’operatore sanitario potrebbero non volere fornire un’assistenza al suicidio,
appellandosi a molteplici ragioni di coscienza: tutela della vita, identità della
professione medica, dovere di cura, rischi sociali, ecc.
Il Comitato ha esaminato questa posizione e ritiene che, nell’eventualità di
una normativa che legittimi l’aiuto al suicidio medicalizzato, sia indicata la
possibilità dell’obiezione di coscienza per il medico, qualora tale atto sia ritenuto
profondamente contrario ai propri convincimenti. Ciò significa che l’attuazione
dell’aiuto al suicidio medicalizzato può aversi solo nei casi di concordanza tra la
volontà del paziente che chiede di essere aiutato a porre termine alla propria
vita e la volontà del medico disposto ad assecondare la richiesta del paziente.
Del resto anche le normative che, nei vari paesi, hanno legalizzato il
suicidio medicalmente assistito o l’eutanasia, prevedono in genere la possibilità
dell’obiezione di coscienza per il personale sanitario coinvolto. Come il CNB ha
sostenuto nel suo parere 20125

“l’obiezione di coscienza in bioetica è
costituzionalmente fondata (con riferimento ai diritti inviolabili dell'uomo) e va
esercitata in modo sostenibile”; quindi “la tutela dell'obiezione di coscienza, per
la sua stessa sostenibilità nell'ordinamento giuridico, non deve limitare né
rendere più gravoso l'esercizio di diritti riconosciuti per legge né indebolire i
vincoli di solidarietà derivanti dalla comune appartenenza al corpo sociale”.
Nello stesso parere del CNB si ribadisce che “quando un’obiezione di coscienza
è ammessa dovrà essere prevista l’organizzazione di un servizio che permetta
comunque l’esercizio dei diritti nonostante la mancata partecipazione
dell’obiettore” (p. 17).

5 Comitato Nazionale per la Bioetica, Obiezione di coscienza e bioetica, 12 luglio 2012.

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4.3. L’argomento del pendio scivoloso
Applicata al caso del suicidio medicalmente assistito, la metafora del
“pendio scivoloso” richiama l’attenzione sul pericolo o sul rischio che una
possibile legislazione, permissiva dell’aiuto medico al suicidio in circostanze
particolari e ben delimitate, venga poi, inevitabilmente e al di là delle iniziali
intenzioni, ad ampliare considerevolmente le maglie fino ad ammettere nella
pratica casi che, nella situazione iniziale, non erano affatto previsti.
Secondo alcuni, una volta ammesso il suicidio medicalmente assistito in
qualche tragico e sporadico caso, si finirebbe per scivolare nell’ammissione di
modalità di anticipazione della morte anche per le situazioni di demenza o di
minorità, per le quali la capacità di consenso esplicito è più incerta.
Diventerebbe poi difficile distinguere tra sofferenze fisiche e psicologiche, con il
risultato di allargare tali condizioni inizialmente ristrette a patologie inguaribili e
sofferenze insopportabili, anche a persone con disagi psicologici come la
depressione o la “sofferenza esistenziale”. In una società caratterizzata da un
costante e progressivo invecchiamento della popolazione e dalla necessità di
contenere i costi dell’assistenza sanitaria, la legalizzazione del suicidio
medicalmente assistito, che inizialmente potrebbe essere prospettata per pochi
casi pietosi e oggi eccezionali, potrebbe spingere la società ad intravedere
possibili vantaggi economici a fronte del venir meno delle cure che sarebbero
necessarie e indispensabili per garantire un’esistenza dignitosa alle persone
direttamente coinvolte. La preoccupazione di fondo è che la legittimazione del
suicidio assistito in determinate condizioni esistenziali possa portare al “pendio
scivoloso” di considerare non degne tali condizioni in generale, fino a
determinare quasi una sorta di “dovere di morire” il più rapidamente possibile,
come richiesta implicita, situazione questa che verrebbe a pesare
maggiormente sui soggetti meno abbienti e/o privi di affetti familiari.
Anche alcuni di coloro che moralmente ammettono il suicidio assistito in
casi limitatissimi aderiscono all’argomento del pendio scivoloso, ritenendo che
lo scivolamento possa riguardare soprattutto la sfera giuridica nei limiti in cui
non è possibile regolamentare l’eccezione, né porre una chiara linea di
demarcazione tra sofferenza fisica e sofferenza psichica, stanchezza della vita
e rifiuto della vita. Secondo questo orientamento giustificare un singolo atto è
cosa ben diversa dal giustificare una prassi o una politica. Detto altrimenti, si
può immaginare che un singolo atto, per esempio di assistenza al suicidio,
rivolto a quel malato, in quella particolare condizione estrema, possa essere
giustificato moralmente e possa anche non essere perseguibile penalmente;
tuttavia, la legalizzazione sul piano giuridico di una prassi comprendente atti di
questo genere acquisterebbe un significato assai diverso. Secondo tale analisi,
la pratica professionale e la legalizzazione che permettono ai medici di
assistere o ‘provocare la morte’, anche a ben precise condizioni, espongono
presumibilmente a gravi abusi, con il rischio che questi aumentino sempre più
nel corso del tempo.
Altri, tuttavia, osservano che l’argomento del pendio scivoloso può avere un
valore se inteso come invito alla cautela nell’individuazione di condizioni
stringenti per l’ammissibilità dell’assistenza al suicidio, ma va contrastato nella
forzatura retorica, secondo la quale non ci sarebbe una cesura, bensì una
necessaria continuità dal suicidio medicalmente assistito in base alla richiesta
consapevole del paziente (condizione necessaria seppure insufficiente) ad altre
forme di anticipazione della morte moralmente non accettabili: una continuità

19
che tende ad azzerare le differenze che distinguono le situazioni moralmente
ammissibili da quelle considerate inammissibili.
L’esperienza dimostra come esistano forme di controllo che evitano di
scivolare. Per esempio sono state create Commissioni apposite, che procedono
a revisioni periodiche, le quali monitorano le nuove pratiche per controllare il
rispetto delle clausole previste e segnalare eventuali problemi o abusi.
L’esperienza dimostra che queste misure sono in grado di evitare lo
scivolamento giù per il pendio.
D’altro canto, un’eventuale futura modifica delle maglie inizialmente previste
dalla legge (allargamento o restrizione) dovrebbe essere intesa come una
possibile e ragionevole risposta a nuove esigenze sociali e culturali e a
mutamenti nel comune sentire. Qualora fosse un allargamento, non dovrebbe
essere aprioristicamente interpretato come un indebito cedimento alla logica del
pendio scivoloso. Ciò può accadere quando l’esperienza acquisita nel frattempo
giustifica tale soluzione, mostrando aspetti e problemi che prima non erano
colti.
In questo senso, costoro sostengono che anche nel caso del suicidio
medicalmente assistito è possibile avere un provvedimento legislativo capace di
contemperare le diverse esigenze in campo. Un simile provvedimento
dovrebbe, quindi, da un lato tener fermi il valore simbolico e la forza deterrente
del divieto di uccidere e, inoltre, valorizzare la responsabilità sociale assieme al
dovere costituzionale di fornire cure adeguate nei confronti di tutti i malati;
dall’altro, dovrebbe determinare gli elementi moralmente qualificanti al fine di
considerare legale un atto (quello del suicidio medicalizzato) che, almeno in
certi casi e a determinate condizioni, parte della società è disposta a
considerare lecito e quindi degno di essere raccomandato alla ragionevolezza
del legislatore.
4.4. L’importanza delle cure palliative e delle terapie del dolore
Ultimo tema qui considerato circa l’assistenza medic




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