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sabato, 4 aprile 2020


Lavoro e Post Mercato
Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro


Rivista n. 311 - del 01-10-19

Sommario




  • Argomento: Laboratorio sociale


    Fine Vita la Corte Costituzionale si pronuncia.

    Continua anche nel presente numero lo speciale sulla sentenza della Corte Costituzionale in tema di fine vita ed in particolare sulla legittimità costituzionale dell'articolo 580 del Codice Penale.

    In questo numero, in particolare, si completerà la riproduzione del parere del Comitato Nazionale di Bioetica ed il comunicato stampa con cui la Corte Costituzionale ha anticipato il contenuto della Sentenza della Corte Costituzionale sul tema.

    Sul fronte associativo riceviamo e pubblichiamo l'appello del Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani di Terni.

    UGCI Terni che è stata tra gli organizzatori dell'interessante Workshop tenutosi a Terni il 21 settembre us in occasione della presentazione del libro a cura di Mauro Ronco "Il 'diritto' di essere uccisi. Verso la morte del Diritto?", tra i relatori, in ordine cronologico: l'Avv. Stefano Nitoglia (Centro Studi Livatino), la Prof.ssa Assuntina Morresi (Università di Perugia), il Prof. Alberto Gambino (Università LUMSA Roma), l'Avv. Diego Piergrossi (UGCI Terni), il Prof. Simone Budelli (Università di Perugia).


    La Redazione (R.S.)




  • Argomento: Rete sociale


    Appello Unione Giuristi Cattolici Italiani di Terni in attesa della Sentenza della Corte Costituzionale sul Fine Vita.

    "Diritto inviolabile dell'uomo è il diritto alla Vita non il diritto alla morte
    Appello dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani di Terni:
    in attesa della sentenza della Corte Costituzionale del 24 settembre pv
    a tutti i cittadini di buona volontà a qualunque fede religiosa, politica, ideologica appartengano affinché ciascuno di essi secondo le propria possibilità e nel rispetto delle norme democratiche promuova l'attivazione dei propri movimenti/partiti/referenti politici di riferimento per una tempestiva normazione da parte del Governo (Decreto Legge) /Parlamento (Legge) dell'articolo 580 del Codice Penale finito sotto il vaglio della Corte Costituzionale per un presunto ideologicamente vizio di legittimità.
    A parere della Corte sussisterebbe, infatti, non solo un diritto costituzionale a lasciarsi morire, ma, addirittura un diritto costituzionale a farsi uccidere (rectius: il diritto di morire) rapidamente, pena la lesione della "dignità umana".
    L'UGCI Terni, pur consapevole della sempre più diffusa in Occidente visione ideologica della “dignità umana” concepita in senso discriminatorio, non inclusivo, e della stessa “vita” che avrebbe secondo tale visione, un senso ed una sua tutela solo se e finché la stessa riesca a garantire standard di salute e di efficienza (rectius: di qualità della vita), via via sempre più elevati, rispettosamente contesta questo assunto, in quanto in contrasto non soltanto con il Diritto naturale che codifica l’istinto di sopravvivenza proprio di ogni animale (uomo compreso) e con la dignità dell’essere umano a prescindere dal raggiungimento di standard , ma con la stessa Carta Costituzionale, in particolare con l’articolo 2 della Costituzione in tema di diritti inviolabili dell’uomo.
    “Il diritto alla vita, è riconosciuto universalmente come il «primo dei diritti inviolabili dell’uomo» in quanto presupposto per l’esercizio di tutti gli altri – dall’art. 2 Cost., nonché, in modo esplicito, dall’art. 2 CEDU. Dall’art. 2 Cost. – non diversamente che dall’art. 2 CEDU – discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire
    Giusto differenziare la pena tra chi istiga al suicidio e chi aiuta il suicida ad uccidersi, ma non può permettersi che il “diritto inviolabile alla vita” si trasformi per un intervento giurisprudenziale ideologico in “diritto di morire rapidamente” proprio per le fasce più fragili e meritevoli di protezione. Intervenga il Legislatore e si rispetti, altresì, il sentimento religioso della maggioranza del popolo italiano che crede che “La vita umana sia sacra perché fin dall’inizio comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore suo unico fine . Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno in nessuna circostanza può rivendicare a sé il diritto di distruggere un essere umano innocente”.
    Il Presidente UGCI Terni
    Avv. Diego Piergrossi".


    Diego Piergrossi




  • Argomento: Rete sociale


    Corte Costituzionale Fine Vita: il Comunicato Stampa del 25 settembre 2019.

    Sperando di fare cosa gradita pubblichiamo il Comunicato del 25 settembre 2019 della Corte Costituzionale:

    "IN ATTESA DEL PARLAMENTO LA CONSULTA SI PRONUNCIA SUL FINE VITA


    La Corte costituzionale si è riunita in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte d’assise di Milano sull’articolo 580 del Codice penale riguardanti la punibilità dell’aiuto al suicidio di chi sia già determinato a togliersi la
    vita.

    In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno
    vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

    In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2
    della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.

    La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018.

    Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate.


    La Redazione (D.P.)




  • Argomento: Rete sociale


    RIFLESSIONI BIOETICHE SUL SUICIDIO MEDICALMENTE ASSISTITO: il Parere del Comitato Nazionale di bioetica del 18 luglio 2019 (2^ parte)

    4.4. L’importanza delle cure palliative e delle terapie del dolore
    Ultimo tema qui considerato circa l’assistenza medica al suicidio riguarda
    l’utilizzo delle cure palliative: si tratta di un tema spesso ribadito nei documenti
    nazionali e internazionali e sempre presente nelle discussioni sul fine vita e sui
    rispettivi diritti e obblighi del paziente e del medico, nell’ambito della relazione di
    cura.
    Un primo aspetto da ricordare è che l’obiettivo delle cure palliative è quello
    di non ostacolare né di anticipare la morte, ma di prendersi cura del dolore
    fisico e psichico del paziente. La filosofia che ispira e permea le cure palliative è
    di accompagnare “nel” morire, astenendosi dal fornire un aiuto “a” morire.
    Quando i sintomi fisici e psichici sono refrattari, in condizioni di inguaribilità
    e di terminalità, o di imminenza della morte del malato, la sedazione palliativa
    profonda continua diviene una possibile opzione nell’ambito delle cure
    palliative. Come chiarito nel Parere del CNB sulla sedazione palliativa
    profonda6 non è assimilabile all’eutanasia e va somministrata in base a criteri
    ben definiti di appropriatezza medica e non può essere considerata un percorso
    che, per le sue caratteristiche, vada sempre associato all’interruzione di
    trattamenti di sostegno vitale, indipendentemente dalle condizioni della persona
    in fine vita.

    6 Comitato Nazionale per la Bioetica, Sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza
    della morte, 29 gennaio 2016.

    20
    In questo settore delle cure palliative la legge italiana 38/2010, Disposizioni
    per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, è ritenuta
    all’avanguardia nella medicina occidentale. Un testo che sta facendo da traino
    in Italia nel considerare la palliazione e la terapia del dolore all’interno dell’intero
    percorso di cura dei pazienti, e non limitatamente alla parte terminale della loro
    vita.
    Purtroppo, lo sviluppo e il consolidamento della cultura palliativa nel nostro
    Paese incontrano ancora molti ostacoli e difficoltà, specie nella disomogeneità
    territoriale dell’offerta del SSN, e nella mancanza di una formazione specifica
    nell’ambito delle professioni sanitarie. Non è questa la sede per affrontare
    adeguatamente tale problematica, per la quale rimandiamo innanzitutto alle
    relazioni annuali del Parlamento italiano sull’applicazione della L. 38/2010 e al
    portale dedicato dal Ministero della Salute7 oltre che all’indagine conoscitiva
    sull’attuazione della legge della Commissione Affari Sociali della Camera8
    .
    Tuttavia il CNB unanime auspica che il SSN sia sempre in grado di offrire,
    realmente, senza diseguaglianze in termini di entità e qualità di servizi, su tutto
    il territorio nazionale, cure palliative e terapia del dolore, nei termini stabiliti dalla
    L. 38/2010, a ogni persona che ne abbia necessità9

    . Dovrebbe essere questa

    una priorità assoluta per le politiche della sanità.
    Nell’ambito del dibattito da alcuni orientamenti è stata poi sottolineata la
    necessità che a coloro che intendono avvalersi di assistenza medica al suicidio
    sia obbligatoriamente proposto, come pre-requisito, la presa in carico da parte
    di strutture della rete palliativa. Si ritiene che debbano, pertanto, essere offerti
    specifici percorsi palliativi, indicando concretamente le strutture sanitarie
    disponibili e le modalità di accesso: percorsi che ogni paziente sarà libero di
    accettare o rifiutare, in tutto o in parte. In questo modo si ritiene anche di poter
    impedire che scelte di morte medicalmente assistita siano la conseguenza di un
    abbandono o comunque di un’inadeguata assistenza sanitaria, specie riguardo
    al sollievo della sofferenza.
    Questo orientamento di pensiero ritiene, dunque, che la richiesta di suicidio
    o “a” morire possa, attraverso il percorso delle cure palliative, essere riformulata
    insieme al paziente come richiesta di aiuto a non soffrire, ad essere
    accompagnati “nel” processo del morire, di modo che la risposta non debba
    essere la messa a disposizione di mezzi, farmacologici o tecnologici, per porre
    in atto l’intento di uccidersi. In questo senso le cure palliative costituiscono
    un’alternativa alla richiesta di suicidio medicalmente assistito e un’efficace
    risposta alle persone sofferenti che in realtà non vogliono darsi la morte, ma
    solo uscire da situazioni di dolore intollerabile.

    7http://www.salute.gov.it/portale/temi/p2_6.jsp?id=3766&area=curePalliativeTerapiaDolore&men
    u=cure. Essenziali per la verifica dello stato di attuazione della normativa in materia di cure
    palliative dovrebbero essere i meccanismi di monitoraggio e referto periodico al Parlamento
    previsti dalla L. n. 38/2010 (art. 8) e dalla L. 219/2017 (art. 11).
    8 Cfr. Indagine conoscitiva sull'attuazione della legge 15 marzo 2010, n. 38, in materia di
    accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, con particolare riferimento all'ambito
    pediatrico, adottato dalla Commissione Affari Sociali della Camera il 10 aprile 2019.
    9 A tale proposito si ricorda quanto affermato dall’art. 2, c. 1 della L. 219/2017: “Il medico,
    avvalendosi di mezzi appropriati allo stato del paziente, deve adoperarsi per alleviarne le
    sofferenze, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario indicato dal
    medico. A tal fine, è sempre garantita un'appropriata terapia del dolore, con il coinvolgimento
    del medico di medicina generale e l'erogazione delle cure palliative di cui alla legge 15 marzo
    2010, n. 38”.

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    Secondo altri orientamenti si ritiene che le cure palliative siano una valida
    pratica per rispondere a molte sofferenze e che la loro diffusione sia certamente
    opportuna e auspicabile; tuttavia secondo tale orientamento è illusorio credere
    che esse siano in grado di rispondere in modo efficace a tutte le situazioni che
    si prospettano al paziente nel fine vita. In alcuni casi le sofferenze sono
    incontrollabili e la stessa sedazione profonda continua risulta essere
    impercorribile per alcuni malati che la considerano contraria alla propria dignità,
    preferendo un percorso più rapido di morte. In questo senso le cure palliative
    non sono alternative, ma preliminari e sinergiche al suicidio medicalmente
    assistito. I valori che il paziente attribuisce alla pratica palliativa sono diversi da
    quelli che vuole affermare richiedendo l’aiuto a morire. Tali valori consistono
    nella valorizzazione della propria autonomia, nel personale atteggiamento che
    ciascun individuo ha di fronte al fine vita, nella riappropriazione della propria
    morte, nella certezza di conservare la propria dignità nella morte. Il paziente
    rivendica la libertà di decidere in merito alle modalità e circostanze del percorso
    da intraprendere verso la fine della propria vita.
    5. Opinioni etiche e giuridiche all’interno del CNB
    Le tematiche sopra esaminate mostrano quanto complessi siano i problemi
    etici, bioetici e biogiuridici sollevati dal suicidio medicalmente assistito. Come si
    è visto, al riguardo esistono prospettive diverse, e anche all’interno del presente
    Comitato si riscontrano differenti opinioni, che in qualche modo riflettono i
    differenti orientamenti nel dibattito pubblico sin qui esposti. Le posizioni sono
    molte, con sfumature e tonalità diverse: in questo documento sono state
    raggruppate in tre prospettive al fine di rendere più esplicito il quadro culturale.
    A) Alcuni membri del CNB si oppongono al suicidio medicalmente assistito
    sia sul piano etico che su quello giuridico, e convergono nel ritenere che la
    difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in
    bioetica, quale che sia la fondazione filosofica e/o religiosa di tale valore. Su tali
    basi si ritiene che un’eventuale legittimazione del suicidio medicalmente
    assistito:
    a) attivi un vulnus irrimediabile al principio secondo il quale compito
    primario e inderogabile del medico (e, più in generale, di ogni operatore e di
    ogni sistema sanitario giuridicamente riconosciuto e garantito) sia l’assoluto
    rispetto della vita dei pazienti, anche nei casi in cui essi stessi formulino
    esplicite richieste di aiuto al suicidio o più in generale di carattere eutanasico; in
    tale contesto si richiama il principio morale di indisponibilità della vita umana in
    quanto ciascuna persona ha una dignità intrinseca anche nelle condizioni di
    grave disabilità o compromissione della salute;
    b) non possa essere giustificata a partire dalla possibilità di accertare
    rigorosamente, al di là di ogni ragionevole dubbio, la pretesa volontà suicidaria
    del paziente, assunta come volontà pienamente informata, consapevole, non
    sottoposta a condizionamenti psicologici, familiari, sociali, economici, o religiosi;
    c) provochi o comunque favorisca inevitabilmente un progressivo
    superamento dei limiti che si volessero eventualmente indicare, come appare
    assolutamente evidente in quegli ordinamenti, che, avendo legalizzato il suicidio
    medicalmente assistito, l’hanno di fatto esteso indebitamente a minori, a

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    soggetti psicologicamente e/o psichiatricamente fragili, agli anziani non
    autosufficienti, fornendo prove evidenti della difficoltà di porre un freno - una
    volta indebolito il principio del più rigido rispetto nei confronti della vita – al

    pendio scivoloso a favore di pratiche eutanasiche o comunque para-
    eutanasiche sempre più diffuse.

    Per quanto siano umanamente comprensibili le condizioni estreme e
    drammatiche di alcuni casi concreti e alcune condizioni cliniche che portano i
    malati a chiedere l’aiuto a morire al medico, si ritiene siano sufficienti i percorsi
    già delineati dal legislatore e da una consolidata riflessione bioetica: la non
    giustificazione della ostinazione irragionevole delle cure (ritenendo doveroso
    che il medico bilanci saggiamente l’oggettiva proporzionalità terapeutica e le
    istanze soggettive del paziente con riferimento alla percezione della sofferenza)
    e la giustificazione del “lasciare morire”, con accompagnamento palliativo
    (anche con sedazione palliativa continua profonda), nelle condizioni di
    consapevolezza del rifiuto e rinuncia delle cure e nel contesto di una relazione
    paziente-medico centrata sulla reciproca fiducia.
    La scelta consapevole del paziente, riguardo al non inizio o alla
    sospensione di trattamenti, cioè la possibilità di rifiutare o rinunciare alle cure,
    deve essere sempre garantita, in quanto è riconducibile alla coscienza
    personale che non è e non può essere comprimibile; analogamente il medico
    deve essere libero in scienza e coscienza di accogliere o no le eventuali
    richieste. La richiesta consapevole di rifiuto o di rinuncia alle cure potrà essere
    quindi rispettata attuando una piena libertà di cura, consentendo cioè sempre al
    paziente di scegliere il proprio medico di riferimento, per una reciproca e libera
    condivisione di percorsi assistenziali.
    Lo scivolamento dal “lasciare morire” (che riconosce il limite dell’intervento
    medico sul corpo del paziente, a condizione di piena consapevolezza delle
    conseguenze) all’“agevolare la morte” (che legittima la richiesta del malato al
    medico di aiuto nel suicidarsi), oltre a segnare una trasformazione inaccettabile
    del paradigma del “curare e prendersi cura”, su cui da sempre si fonda la
    professione medica, non tiene in adeguata considerazione la particolare
    vulnerabilità dei malati che vivono condizioni di vita che, a causa delle
    tecnologie ma anche senza le tecnologie, sono ritenute soggettivamente, e
    forse anche socialmente, non degne di essere vissute. Di fronte a tali richieste,
    che vanno ascoltate e comprese, la risposta non deve essere la proposta o
    messa a disposizione di mezzi, farmacologici o tecnologici, per mettere in atto
    l’intento di uccidersi, ma l’offerta d’aiuto ad affrontare la sofferenza e il dolore, in
    una logica solidaristica e di sostegno anche psicologico. In questo senso ciò
    che deve essere implementato è l’efficace ed equo accesso alle cure palliative
    e alle terapie del dolore, oltre che un’adeguata formazione dei medici,
    personale sanitario e psicologi alla comunicazione con i malati in condizioni

    estreme. Le cure palliative, le terapie del dolore e l’assistenza medico-
    psicologica alla fine della vita (oltre auspicabilmente alla vicinanza umana

    solidale) sono in grado di prevenire efficacemente le richieste suicidarie e
    garantiscono il fondamentale e prioritario diritto di ogni malato ad essere curato
    e preso in cura, anche nel contesto di situazioni patologiche gravissime o di fine
    vita.
    (Amato, D’Agostino, Dallapiccola, Di Segni, Garavaglia, Gensabella,
    Morresi, Romano, Palazzani, Scaraffia, Sargiacomo)

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    B) Altri membri del CNB sono favorevoli, sia sul piano etico e bioetico che
    su quello giuridico, alla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito in
    presenza delle condizioni sotto indicate e accertabili. Essi ritengono che
    l'ascolto e l'accoglienza della richiesta di suicidio medicalmente assistito, nelle
    condizioni previste, vada nettamente distinta dall’istigazione al suicidio, e vada
    accolta in ragione dei principi etici di autodeterminazione e del dovere del
    medico di beneficenza: principi etici che sono peraltro in sintonia con il principio
    personalistico e i principi di libertà, di non discriminazione, di
    autodeterminazione libera e consapevole, propri del nostro ordinamento
    giuridico, e che, come ricordato anche dalla Corte costituzionale nell'ordinanza
    n. 207/2018, vanno bilanciati con la tutela della vita umana e con altri beni
    costituzionalmente rilevanti.
    Si reputa che il bilanciamento di valori favorevole all'aiuto al suicidio
    medicalmente assistito sia eticamente e giuridicamente legittimo perché la
    persona ha diritto di preservare la propria dignità anche e soprattutto nelle fasi
    finali della vita. In certe circostanze l'esistenza si impoverisce al punto da non
    avere da offrire altro che sofferenze o condizioni in cui viene percepita la
    progressiva perdita della propria dignità. In tali condizioni va rispettata una
    richiesta pienamente consapevole di essere aiutati a morire, senza dover
    ricorrere alla sedazione continua profonda ed eventualmente affrontare
    l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale.
    Un simile bilanciamento di valori e principi deve tenere in particolare conto
    che, per legittimare la decisione di prestare assistenza medica al suicidio,
    devono essere presenti e contemporaneamente soddisfatte le seguenti
    condizioni:
    1. la presenza di una malattia grave e irreversibile accertata da almeno
    due medici indipendenti (uno dei quali del SSN);
    2. la presenza di uno stato prolungato di sofferenza fisica o psichica di
    carattere intrattabile o insopportabile per il malato;
    3. la presenza di una richiesta esplicita espressa in forma chiara e
    ripetuta, in un lasso di tempo ragionevole.
    È la simultanea soddisfazione di queste condizioni a fungere da garanzia
    per la tutela della persona malata e per il medico disposto ad accoglierne la
    richiesta di aiuto a morire.
    In questa prospettiva, la presenza di un trattamento di sostegno vitale è
    considerata una condizione aggiuntiva solo eventuale; ritenerla necessaria,
    infatti, creerebbe una discriminazione irragionevole e incostituzionale (ai sensi
    dell’art. 3 della Costituzione) fra quanti sono mantenuti in vita artificialmente e
    quanti, pur affetti da patologia anche gravissima e con forti sofferenze, non lo
    sono o non lo sono ancora. Si imporrebbe, inoltre, a questi ultimi di accettare un
    trattamento anche molto invasivo, come nutrizione e idratazione artificiali o
    ventilazione meccanica, al solo scopo di poter richiedere l’assistenza al suicidio,
    prospettando in questo modo un trattamento sanitario obbligatorio senza alcun
    motivo ragionevole.
    Come in talune circostanze la dignità personale può essere garantita dal
    rifiuto di terapie salvavita e/o dalla richiesta di accedere alla sedazione palliativa
    profonda continua, così in altre circostanze tale dignità può essere invece

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    garantita dall'aiuto al suicidio. Inoltre, se è possibile accertare con certezza la
    volontà dell'interessato che chiede la sospensione delle terapie salvavita che lo
    porteranno a morte, non si vede come mai non sia possibile fare lo stesso per
    la richiesta della persona che chiede di essere aiutata in altro modo a giungere
    allo stesso risultato. Questo è tanto più vero se si considera che la richiesta di
    assistenza al suicidio giunge alla fine di un percorso di cura e di relazione con il
    medico e con altre figure dell'equipe sanitaria che permette la conoscenza del
    malato e l'instaurazione di un rapporto di fiducia, di un’alleanza terapeutica
    all'interno della quale si prospettano le varie alternative e si accerta che la
    volontà dell'interessato sia autentica e non sia frutto di pressioni esterne che
    fanno leva sullo stato di vulnerabilità. Sapere di avere la possibilità di
    mantenere la propria dignità fino alla fine della propria vita è un aspetto centrale
    del proprio benessere complessivo e fornisce quel senso di sicurezza che può
    rasserenare l'esistenza, anche qualora non si richieda concretamente alcuna
    assistenza a morire.
    I sostenitori della presente posizione caldeggiano altresì che le cure
    palliative diventino effettivamente accessibili a tutti coloro che le richiedono
    all'interno di un sistema integrato di cure. Sottolineano che le carenze nelle cure
    palliative sono il segno di una grave e colpevole disattenzione della nostra
    società nei confronti delle persone sofferenti e auspicano che si proceda con
    decisione nella diffusione di tali cure e nella formazione di personale adeguato.
    Ritengono, tuttavia, che l’effettiva disponibilità della palliazione non escluda la
    possibilità che il paziente avanzi comunque una richiesta di aiuto medico al
    suicidio. Una simile richiesta va presa in considerazione in ogni caso perché la
    sofferenza va comunque alleviata, e non si può penalizzare chi già soffre in
    attesa di una maggiore sensibilità sociale verso tale stato.
    Con l’auspicio che il legislatore provveda a legalizzare, in alcune particolari
    fattispecie, il suicidio medicalmente assistito, questi componenti del Comitato,
    pur raccomandando che sia assicurata al soggetto tale pratica in strutture del
    SSN o comunque a carico dello stesso, ritengono che debba essere
    riconosciuta per legge al medico e agli altri operatori sanitari l’obiezione di
    coscienza in riferimento alle attività specificatamente e necessariamente dirette
    all’assistenza al suicidio.
    (Battaglia, Caltagirone, Caporale, Casonato, d’Avack, De Curtis, Donzelli,
    Garattini, Mori, Pitch, Savarino, Toraldo di Francia, Zuffa)
    C) Altri membri ritengono che, sul piano bioetico e su quello biogiuridico,
    nelle tragiche situazioni prese in considerazione in questo documento - malati
    affetti da una patologia irreversibile, con sofferenze fisiche e psichiche non
    trattabili o ritenute assolutamente intollerabili, capaci di prendere decisioni libere
    e consapevoli ma non in grado di far cessare da soli la propria esistenza -
    l'utilizzo del termine suicidio (medicalmente assistito) sia in verità improprio. Il
    suicidio è un attacco letale alla vita di sé e in queste drammatiche vicende
    concrete non si vuole in realtà "uccidere se stessi", ma liberarsi da un corpo che
    è diventato una prigione.
    A partire dalla comprensione della drammaticità di queste situazioni
    estreme, tale posizione si distingue, sul piano biogiuridico, tra chi ritiene
    comunque opportuno vietare sempre la condotta del medico che aiuta a morire
    il malato (Da Re) e chi ritiene, invece, che sia possibile individuare ambiti assai
    circoscritti in cui prevedere un'esenzione da responsabilità per l'assistenza

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    medica a morire del malato in casi, appunto, eccezionali e ben determinati
    (Canestrari).
    Questa posizione peraltro è concorde sull'importanza di sottolineare i rischi
    che comporterebbe una scelta, da parte del nostro legislatore, di
    depenalizzazione o di legalizzazione del c.d. suicidio medicalmente assistito
    modellata sulla falsariga di quelle effettuate da alcuni Paesi europei (Svizzera,
    Olanda, Belgio, Lussemburgo). I sostenitori di questa posizione ritengono infatti
    che i concreti pericoli di un pendio scivoloso sarebbero accentuati in maniera
    significativa nella realtà sanitaria italiana.
    La libertà di autodeterminazione, che deve costituire il presupposto
    imprescindibile per parlare di una richiesta consapevole di assistenza a morire,
    è presente solamente in un contesto concreto in cui i pazienti godano di
    un'effettiva e adeguata assistenza sanitaria, ove possano accedere a tutte le
    cure palliative praticabili - compresa la sedazione palliativa profonda - e nel
    quale siano supportati da una consona terapia medica, psicologica e
    psichiatrica. Accesso alle cure, strutture adeguate e risorse appropriate devono
    essere garantite a prescindere da quella che sarà la decisione legislativa in
    materia: la richiesta di assistenza a morire non deve mai essere una scelta
    obbligata come avverrebbe laddove uno stato di sofferenza, che
    oggettivamente sarebbe mutabile e riducibile, fosse reso insuperabile dalla
    mancanza di supporto e assistenza adeguati.
    In proposito allora si intende manifestare, proprio in questa sede, la grande
    preoccupazione riguardo al contenuto del "Rapporto sullo stato di attuazione
    della legge n. 38 del 15 marzo 2010 Disposizioni per garantire l'accesso alle
    cure palliative e alla terapia del dolore, che il Ministero della Salute ha inviato al
    Parlamento nel gennaio 201910

    . Come si legge con chiarezza nel documento, la
    qualità e l'offerta assistenziale per le cure palliative in regime residenziale e
    domiciliare presenta forti disomogeneità sul territorio nazionale, non certo per
    inadeguatezza dei professionisti sanitari ma per note e gravi carenze strutturali.
    Ciò si traduce nel fatto che in alcune regioni italiane oggi non viene garantito un
    diritto umano fondamentale: quello del paziente di ricevere nella fase finale
    della propria esistenza un effettivo supporto finalizzato al controllo della
    sofferenza nel rispetto della sua dignità.
    Si è pienamente consapevoli che una maggiore diffusione e un
    potenziamento della terapia del dolore e delle cure palliative non possono
    eliminare del tutto le richieste di assistenza medica a morire, ma potrebbero
    ridurle in maniera significativa, escludendo quelle dettate da cause legate ad
    una sofferenza alleviabile. In via prioritaria si intende, dunque, ribadire con forza
    la necessità di rendere omogeneo l'accesso alle cure palliative sul territorio
    nazionale.
    È opportuno concludere l'esposizione di questa posizione con alcune
    riflessioni sul rapporto tra la L. 219/2017 (Norme in materia di consenso
    informato e di disposizioni anticipate di trattamento) e la questione del suicidio
    medicalmente assistito.
    Con l'entrata in vigore della normativa citata, la legislazione del nostro
    Paese si allinea alle scelte dei principali ordinamenti degli Stati costituzionali di
    derivazione liberale. La L. 219/2017 sancisce con chiarezza il diritto inviolabile
    di vivere tutte le fasi della propria esistenza senza subire trattamenti sanitari

    10 http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=2814.

    26
    contro la propria volontà - derivazione logica del diritto all’intangibilità della sfera
    corporea di ogni essere umano - e contiene disposizioni che riteniamo di
    fondamentale importanza. Ai fini del discorso sviluppato all’interno di questa
    posizione, è sufficiente ricordare la disciplina delle disposizioni anticipate di
    trattamento, della pianificazione condivisa delle cure (rispetto all'evolversi delle
    conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da
    inarrestabile evoluzione con prognosi infausta), la disposizione che prevede il
    trattamento sanitario della sedazione palliativa profonda continua, il quale
    consente di morire senza dolore anche in seguito alla rinuncia al proseguimento
    di trattamenti di sostegno vitale.
    Purtroppo la L. 219/2017 non ha ancora avuto piena attuazione e non è
    ancora sufficientemente conosciuta nella realtà sanitaria del nostro Paese. Ora,
    è profonda convinzione di chi sostiene tale posizione che l'indispensabile
    applicazione, valorizzazione e diffusione dei contenuti e degli istituti previsti da
    tale normativa possa avere un potente effetto preventivo e dissuasivo nei
    confronti, in generale, delle condotte suicidarie dei pazienti e, in particolare, di
    moltissime, anche se non di tutte le richieste di suicidio medicalmente assistito
    (di assistenza medica a morire).
    (Canestrari, Da Re)
    6. Raccomandazioni
    Sebbene vi siano queste divergenti posizioni, il Comitato è pervenuto, dopo
    articolata discussione, alla formulazione di alcune raccomandazioni condivise,
    che vengono così sintetizzate.
    Il CNB:
    1. auspica che in qualunque sede avvenga - ivi compresa quella
    parlamentare - il dibattito sull’aiuto medicalizzato al suicidio si sviluppi con la

    dovuta attenzione alle problematiche morali, deontologiche e giuridico-
    costituzionali che esso solleva e col necessario approfondimento che esige una

    tematica così delicata e sofferta per la coscienza umana;
    2. raccomanda di tenere presente che le questioni relative alla fine della vita
    rinviano a problemi ben più vasti che la società deve considerare e valutare:
    l’impegno di fornire cure adeguate ai malati inguaribili in condizione di
    sofferenza; i valori professionali e deontologici dei medici e degli altri
    professionisti sanitari; la solidarietà nei confronti delle persone con condizione
    di particolare vulnerabilità nel rispetto della dignità umana,
    3. chiede che sia accertata e documentata all’interno del rapporto di cura
    un’adeguata informazione data al paziente in condizioni di inguaribilità e
    sofferenza in merito alla fruibilità di un alto standard di cure e trattamenti, anche
    sperimentali, prospettando la riduzione della sofferenza realisticamente
    ottenibile;
    4. ritiene indispensabile che sia fatto ogni sforzo per implementare
    l’informazione da parte dei cittadini e l’aggiornamento dei professionisti della
    sanità delle disposizioni normative (L. 38/2010 e L. 219/2017) che attualmente
    garantiscono i diritti delle persone alle cure palliative certificate, e che queste
    siano effettivamente incrementate e accessibili a tutti coloro che le richiedono in
    modo da evitare che le domande di assistenza al suicidio siano motivate da
    sofferenze che potrebbero essere trattate, con il consenso della persona
    malata, in maniera efficace;

    27
    5. auspica che venga promossa un’ampia partecipazione dei cittadini alla
    discussione etica e giuridica al fine di elaborare e diffondere una cultura del fine
    vita consapevole e responsabile (in tale direzione il CNB ha da tempo
    organizzato conferenze per le scuole e incontri con la cittadinanza che
    andrebbero ulteriormente sostenute ed implementate);
    6. auspica che vengano promosse la ricerca scientifica biomedica e
    psicosociale e la formazione bioetica degli operatori sanitari in questo campo
    (medici, infermieri, farmacisti, psicologi ecc.), e anche nell’ambito
    dell’amministrazione e organizzazione sanitaria.

    28

    POSTILLE
    Postilla del Prof. Francesco D’Agostino
    Il Parere sull’aiuto al suicidio, approvato dal CNB in data 18 luglio 2019, si
    raccomanda sotto diversi profili: un linguaggio nitido e privo di ogni vaghezza e
    ambiguità; estrema precisione e notevole rigore nelle argomentazioni; piena
    correttezza nell’esposizione delle diverse e controverse tesi in materia, anche
    quando palesemente in irriducibile contrasto tra loro. Chi scrive è convinto che
    la lettura di questo Parere non possa che essere di grande aiuto a tutti coloro
    che vogliano approfondire una tematica bioetica così attuale e conturbante. Ciò
    non di meno, chi firma questa Postilla ha deciso di esprimere un voto contrario,
    che intende motivare rapidamente. Il Parere del CNB, per esplicita ammissione
    di chi lo ha redatto e di tutti coloro che hanno collaborato alla sua definitiva
    elaborazione, ha essenzialmente un carattere espositivo, che in alcuni punti del
    testo tocca le vette della migliore esposizione didattica della tematica, cioè della
    migliore dossografia; una dossografia equilibrata e intellettualmente onesta (e
    già solo per questo ammirevole), ma pur sempre una dossografia,
    inevitabilmente fredda. Nelle indagini dossografiche non sono i casi umani ad
    avere rilievo, nella loro drammatica singolarità, ma le dottrine prodotte da
    elaborazioni concettuali. Chi scrive questa postilla è invece convinto che la
    bioetica in generale (e in particolare quella affidata alle riflessioni di un Comitato
    Nazionale) debba liberarsi da ogni tentazione dossografica, soprattutto quando
    sia chiamata ad affrontare tematiche laceranti, che è bene che siano percepite
    da tutti come tali e in merito alle quali ogni tentativo, pur generoso, di
    mediazioni concettuali e/o ideologiche non può che condurre a sminuirne la
    valenza antropologica e soprattutto etica. È questo esattamente il caso del
    suicidio volontario e consapevole (cioè non indotto da cause psicopatologiche)
    e della complessa costellazione di concetti che a tale forma di suicidio possono
    essere ricondotti e che il parere del CNB esamina con tanta lodevole e gelida
    attenzione dottrinale. Non è questo il luogo per rievocare la nota tesi di Camus,
    che riteneva che esistesse un solo problema filosofico veramente serio, quello
    appunto del suicidio: ci basti insistere sul fatto che la sua legalizzazione, che ha
    trovato da anni spazio ordinamentale in molti paesi vicini storicamente e
    culturalmente al nostro, ha prodotto un effetto sociale storicamente inedito e
    antropologicamente tragico, quello di una innegabile burocratizzazione del
    morire, nei confronti della quale siamo chiamati a prendere posizione, prima di
    immergerci (peraltro, solo se lo vogliamo) nelle complesse questioni casistiche
    che tale burocratizzazione di necessità attiva e che il Parere del CNB, nelle sue
    articolatissime analisi, presenta al lettore. Esempio estremo di tale
    burocratizzazione è la triste vicenda dell’adolescente olandese Noa Pothoven,
    che, affetta da un dolore psichico di altissima intensità (ma di cui però nessuno
    ha negato la “trattabilità”), si è lasciata morire, senza che intervenissero – come
    sarebbe stato bioeticamente doveroso – adeguate contromisure mediche,
    affettive, familiari. Chi scrive queste righe ritiene che la questione del suicidio e
    di tutte le diverse possibili e immaginabili forme di aiuto che esso possa
    legalmente ottenere (in forme peraltro molto diversificate tra di loro, come
    facilmente emerge da una analisi, ancorché rapida, di diritto comparato), prima
    che secondo modalità descrittive, vada affrontata in una logica drasticamente
    prescrittiva, accettando (o non accettando) la possibilità apriori che il suicidio

    29
    possa avere una qualsivoglia possibilità di giustificazione, che legittimi
    eticamente e giuridicamente (dettandone accuratamente le modalità) pratiche di
    aiuto nei confronti di chi decida di togliersi la vita. Il no, formulato da chi scrive
    questa Postilla, al Parere sull’aiuto al suicidio del CNB, vuole quindi avere in
    primo luogo il valore di un’affermazione esistenziale, più che quello di una
    argomentazione bioetica, un’affermazione indispensabile in un momento
    storico-culturale, come l’attuale, nel quale l’assistenza e l’aiuto al suicidio
    vengono presentati da molti come un’opzione conturbante, ma non scandalosa,
    un’opzione problematica ma meritevole di attenzione, un’opzione
    controvertibile, ma anche perfettamente riconducibile al sistema valoriale oggi
    dominante. Fermo restando, ovviamente, il rispetto umano e dialogico per chi
    accetti questa opzione, è però indispensabile per chi non la condivide
    sottolineare con forza come essa destrutturi (quasi sempre nella serena
    inconsapevolezza dei suoi fautori) il paradigma fondamentale della bioetica, che
    in quanto paradigma critico esige non una mera e serena prospettazione di tesi
    contrapposte e meno che mai volenterosi tentativi di mediazione tra di esse
    (come fa il Parere del Comitato), ma ferme decisioni orientate al vissuto delle
    persone a favore di una tesi o dell’altra. Decidere, in qualsiasi forma, contro la
    legalizzazione del suicidio assistito non significa eludere pigramente un
    confronto dialettico con chi sia ad essa favorevole: significa più semplicemente
    mettere a fuoco un’opzione fondamentale, che non può essere rimossa, o
    peggio ancora occultata, ma che va annunciata con forza, perché si rivela
    indispensabile per comprendere non solo le pratiche di rilievo biologico,
    biomedico e bioetico, ma anche e soprattutto le ideologie (e perfino le fantasie)
    che le attivano e le sostengono, dando loro consistenza psicologica e sociale e
    che hanno trovato e sempre più tendono a trovare un loro spazio nei sistemi
    normativo ordinamentali. Chi scrive si augura che il suo voto contrario al Parere
    del CNB possa essere percepito dai lettori di questa Postilla per come esso
    vuol essere percepito: come una presa di posizione etica, prima ancora che
    dottrinale, alla quale chi scrive ritiene che possa essere affidata la stessa
    salvezza paradigmatica della bioetica, sottraendola a quel destino di riduzione
    alla biogiuridica al quale essa sembra ormai essere inesorabilmente
    condannata e di cui il documento del CNB, dal quale qui si prendono le
    distanze, è eloquente testimonianza.

    Francesco D’Agostino
    già Presidente del Comitato
    Nazionale per la Bioetica

    30

    Postilla della Prof. Assunta Morresi
    Un documento elaborato da un Comitato pluralista come il nostro, che
    raccoglie riflessioni bioetiche su tematiche complesse, non potrà mai essere
    scritto come ciascun componente farebbe se ne fosse l’unico autore, né potrà
    descrivere con esattezza orientamenti e giudizi personali di ognuno di noi, ed il
    presente parere sul suicidio medicalmente assistito rappresenta
    emblematicamente questi limiti inevitabili.
    Ho aderito quindi al testo finale perché esprime con chiarezza la mia
    personale opposizione a qualsiasi forma di suicidio assistito, nonostante non ne
    abbia condiviso alcuni passaggi nello svolgersi delle argomentazioni. In
    particolare con questa nota voglio ribadire un convincimento che non ha trovato
    spazio nel documento, ma che ritengo importante per la discussione in corso.
    Premetto che, di seguito, con l’espressione “eutanasia” o “atto eutanasico”
    intendo anche quelle procedure tipiche del “suicidio assistito”, come descritte
    nel parere, sia perché penso non ci siano differenze sostanziali dal punto di
    vista morale, sia per semplificare la lettura.
    Mi riferisco alle valutazioni riguardo alla L. 219/2017, su Consenso
    informato e disposizioni anticipate di trattamento: una legge che ritengo andare
    oltre la legittima possibilità per una persona di rifiutare o rinunciare ai trattamenti
    sanitari (possibilità che condivido, così come anche illustrato sinteticamente
    nella posizione a) del parere, in cui mi riconosco), e aprire alla legalizzazione di
    alcune forme di morte su richiesta, cioè alcuni comportamenti eutanasici.
    Senza questa norma cadrebbe infatti una delle principali argomentazioni
    della ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale in favore della parziale
    depenalizzazione dell’aiuto al suicidio, quando chiede per quale motivo è
    possibile sempre morire per interruzione di sostegni vitali - cioè con un
    comportamento omissivo da parte del medico - e al tempo stesso si impedisce
    di farlo in modo più veloce, in alcune situazioni - con un comportamento attivo
    da parte del medico, che procura al paziente un prodotto chimico letale.
    A mio avviso questa della Corte è una argomentazione logica, e non
    contestabile come invece appare dal parere: la L. 219/2017, pienamente
    costruita intorno al concetto di autodeterminazione, permette di interrompere
    sostegni vitali come alimentazione e idratazione artificiale, definendoli
    trattamenti sanitari, cioè equiparandoli a terapie, consentendo la loro
    sospensione a prescindere da qualsiasi condizione medica, in base
    esclusivamente alla volontà del paziente. In questo modo, senza nutrimento e
    acqua, si ha la certezza di raggiungere sempre la morte: indipendentemente
    dall’essere o meno un malato terminale e con l’unica condizione clinica richiesta
    di dover essere nutrito mediante semplici presìdi medici.
    È cioè una legge il cui “spirito” – per usare un’espressione della Corte – ben
    si adatta ad aprire a forme eutanasiche più dirette.
    Il documento del CNB respinge questa connessione logica anche
    scegliendo, coerentemente, una definizione di eutanasia che si limita alla sola
    somministrazione di farmaci letali, escludendo a priori qualsiasi comportamento
    omissivo.
    In altre parole: se circoscrivo l’eutanasia a situazioni in cui un medico
    fornisce un prodotto letale al paziente, per farlo morire, la sospensione di meri
    sostegni vitali come liquidi e nutrienti, per definizione, non sarà mai eutanasia, a
    prescindere dalle intenzioni di chi la chiede e di chi la realizza. E per questo non

    31
    è stata introdotta l’obiezione di coscienza nella L. 219/2017: se la sospensione
    di sostegni vitali per definizione non è mai eutanasia, ma sempre un normale
    atto medico, l’obiezione di coscienza non può essere messa in gioco.
    Il passaggio logico è invece stato serenamente riconosciuto dalla Consulta,
    e anche, in precedenza, dalla ordinanza della Corte di Assise di Milano, a
    riprova che l’interpretazione in chiave eutanasica di alcuni aspetti della L.
    219/2017 è tutt’altro che fantasiosa.
    Che la Consulta ravvisi nella L. 219/2017 un'evidente apertura eutanasica
    mi pare dimostri l'impossibilità di eliminare le ambiguità etiche affidandosi alle
    semplici definizioni. Il legislatore ha escluso ogni implicazione eutanasica grazie
    a un rigido spartiacque, terminologico più che concettuale: perché la rinuncia
    alle cure non sia mai eutanasia basta definire nutrizione e idratazione terapie.
    La Corte però ha scavalcato l'invalicabile muro lessicale con facilità, e tale
    facilità fa capire come, di fronte all'estrema delicatezza del bilanciamento tra
    tutela della libertà e della vita umana, aggrapparsi alla terminologia sia
    disperatamente insufficiente.
    Sono comunque d’accordo con il CNB quando respinge l’idea di un
    intervento sulla L. 219/2017, per modificare le norme sull’aiuto al suicidio, come
    invece suggerisce la Consulta: pur avendo una sua coerenza, sarebbe
    comunque un passo ulteriore, un pesante salto di qualità, importante e
    pericoloso, in direzione del riconoscimento del “diritto a morire”.

    Assunta Morresi

    32

    Postilla del Prof. Maurizio Mori
    È opportuno prevedere che il medico contrario al suicidio medicalmente
    assistito:
    1) abbia la facoltà di ricorrere all’obiezione di coscienza che, però, non è
    pratica “costituzionalmente fondata”,
    2) debba dichiarare di non essere disposto a prestare l’aiuto
    eventualmente richiesto.
    Nel paragrafo 4.2. dedicato al rispetto dei valori professionali del medico e
    degli operatori sanitari, tra altre questioni, il CNB ha esaminato il problema che
    si potrebbe creare “nell’eventualità di una normativa che legittimi l’aiuto al
    suicidio medicalizzato” ove tale atto risultasse “profondamente contrario ai [...]
    convincimenti profondi” del medico stesso. Dopo riflessione, si è giunti alla
    conclusione che, in questa situazione, “sia mantenuta la possibilità
    dell’obiezione di coscienza per il medico” e per gli altri operatori sanitari
    eventualmente coinvolti nella pratica.
    Condivido la tesi dell’opportunità che il medico e gli altri operatori sanitari
    contrari al suicidio assistito abbiano la possibilità di ricorrere all’obiezione di
    coscienza, ma dissento dall’ulteriore tesi che tale possibilità sia giustificata
    dall’idea che “l’obiezione di coscienza in bioetica è costituzionalmente fondata
    (con riferimento ai diritti inviolabili dell’uomo)”, che farebbe diventare la pratica
    dell’obiezione una sorta di “diritto umano”.
    Quest’idea risale a un controverso Parere del 2012, approvato a
    maggioranza, che, di per sé, non vincola l’attuale composizione del Comitato.
    Inoltre, essa travalica le competenze specifiche del CNB stesso, che riguardano
    l’etica e la bioetica, e non le questioni giuridiche di costituzionalità, di spettanza
    della Corte costituzionale. La tesi, poi, è infondata anche per ragioni teoriche,
    alcune delle quali sono state esposte dal Prof. Carlo Flamigni nella sua Postilla
    al Parere del 2012, a cui rimando.
    Ribadisco: nonostante in bioetica la pratica dell’obiezione di coscienza non
    sia “costituzionalmente fondata” né faccia “riferimento ai diritti inviolabili
    dell’uomo”, ove fosse approvata – come auspico – una normativa favorevole al
    suicidio medicalmente assistito, è opportuno prevedere che, assieme alla
    possibilità di obiezione di coscienza per gli operatori sanitari, con
    comunicazione pubblica il medico obiettore dichiari la propria scelta di non
    essere disposto a prestare l’aiuto eventualmente richiesto dall’interessato.

    Maurizio Mori


    Rita Schiarea






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