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giovedi, 17 ottobre 2019


Lavoro e Post Mercato
Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro


Rivista n. 310 - del 16-09-2019

Sommario




  • Argomento: Laboratorio sociale


    Etica e Diritto: esiste un diritto al suicidio?

    Riprendiamo le pubblicazioni della nostra rivista dopo la pausa estiva con un numero speciale sul giudizio di legittimità dell'articolo 580 del Codice Penale ed in particolare con l'Ordinanza n.207 del 2018 della Corte Costituzionale italiana.

    In un primo articolo tratteremo del Parere del Comitato Nazionale per la Bioetica dell 18 luglio 2019 dal titolo "Riflessioni Bioetiche sul suicidio medicalmente assistito".

    In un secondo articolo tratteremo dell'Ordinanza n.207 del 2018

    In un terzo articolo, si cercherà di definire sinteticamente il parere della nostra testata.


    La Redazione (D.P.)




  • Argomento: Rete sociale


    RIFLESSIONI BIOETICHE SUL SUICIDIO MEDICALMENTE ASSISTITO: il Parere del Comitato Nazionale di bioetica del 18 luglio 2019 (1^ parte)


    1. Premessa: le ragioni del parere e l’attenzione posta sull’aiuto al suicidio
    1.1. L’enorme sviluppo delle tecnologie in medicina, per un verso consente
    di curare pazienti che fino a pochi anni fa non avrebbero avuto alcuna
    possibilità di sopravvivenza, e per l’altro in alcuni casi porta anche al
    prolungamento della vita in condizioni precarie e di grandissima sofferenza.
    Accanto alle trasformazioni tecnologiche è cambiata anche la sensibilità
    sociale nei confronti della sofferenza. Anche per queste ragioni il morire suscita
    oggi un complesso di riflessioni su tematiche etiche, giuridiche, sociali ed
    economiche. In tale situazione vengono messe in gioco alcune questioni
    fondamentali come il valore della vita umana, la dignità della persona con i suoi
    diritti fondamentali (diritto alla libertà, all’uguaglianza, alla salute, ecc.), i valori
    della medicina e del ruolo del medico, il valore delle opzioni giuridiche fatte
    proprie dalle politiche pubbliche.
    Fra le decisioni di fine vita è indispensabile tenere conto della natura
    specifica delle domande avanzate dai pazienti, che possono essere molto
    diverse tra di loro. In molti casi, infatti, i pazienti chiedono di essere
    accompagnati “nel” morire con conseguenze etiche e giuridiche che non
    ricadono nell’ambito né dell’eutanasia né dell’assistenza al suicidio (il c.d.
    “accompagnamento nel morire”). In altri casi vi può essere la domanda di
    essere aiutati nel morire senza sofferenza, che si traduce in una richiesta di
    cure palliative; in altri ancora emerge la domanda di evitare forme di
    accanimento clinico; o anche di rifiuto e rinuncia al trattamento sanitario
    salvavita previsti dalla L. 219/2017.
    Il CNB, dando seguito al proprio mandato di incentivare la discussione
    pubblica su tematiche etiche e di offrire una riflessione ponderata in vista delle
    decisioni politiche, ritiene necessario con questo parere svolgere una riflessione
    sull’aiuto al suicidio a seguito dell’ordinanza n. 207/2018 della Corte
    costituzionale, la quale è intervenuta sulla questione, sollevata dalla Corte di
    Assise di Milano (ordinanza 14 febbraio 2018), in merito al caso di Marco
    Cappato e alla sospetta illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice
    penale. Del contenuto di questa ordinanza daremo una descrizione in seguito.
    Il Comitato intende affrontare il tema dell’aiuto al suicidio con la
    consapevolezza di rilevare posizioni difformi sia all’interno dello stesso
    Comitato, sia nella società. La diversità di opinioni ha la possibilità di fornire
    elementi di riflessione a servizio delle scelte di una società che intenda
    affrontare una questione, come quella dell’aiuto al suicidio, che presenta una
    serie di problemi e di interrogativi a cui non è semplice dare una risposta
    univoca. Va considerato anche che l’elemento personale e le specifiche
    situazioni giocano un ruolo rilevante nel momento in cui ci si interroga in cosa
    consista il diritto alla vita, se esista un diritto alla morte, e quali siano i valori
    etici a cui ispirarsi in questi frangenti, e in quale dimensione si collochi
    l’intervento del terzo, in particolare del medico, chiamato a dare risposta alla
    richiesta del paziente. Il dibattito pubblico concernente il suicidio assistito o
    l’eutanasia illustra la grande difficoltà di riuscire a conciliare i due principi, così
    rilevanti bioeticamente, della salvaguardia della vita umana da un lato, e
    dell’autonomia e dell’autodeterminazione del soggetto dall’altro.
    Dal diverso modo di interpretare il bilanciamento tra questi principi o di
    assegnare la priorità all’uno piuttosto che all’altro derivano una serie di

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    implicazioni bioetiche che a loro volta sollevano interrogativi non facilmente
    risolvibili sul piano del diritto, in specie con riguardo al fine vita.
    Tale questione, infatti, non possiede soltanto una dimensione etica e
    giuridica, ma chiama in causa interrogativi esistenziali, psicologici, filosofici e
    antropologici molto più generali. Il Comitato, pur non potendo esaurire il tema
    sul piano antropologico-filosofico, propone una riflessione etica e giuridica per
    un inquadramento del suicidio medicalmente assistito come questione che
    nasce e si sviluppa nelle società contemporanee tecnologicamente avanzate.
    Dal punto di vista etico, una domanda fondamentale riguardo al fine vita è
    se esista una differenza intrinseca moralmente rilevante tra l’eutanasia o il
    suicidio assistito da un lato, e la sospensione o la non attivazione di un
    trattamento su richiesta del paziente, dall’altro. Alcuni contestano tale differenza
    sulla base della constatazione che il risultato atteso, la morte del paziente, è
    identico in entrambi i casi e parlano, nel caso di sospensione e non attivazione
    di trattamenti sanitari su richiesta, di eutanasia omissiva. Altri ritengono, invece,
    che tale differenza risieda nella distinzione tra uccidere e lasciar morire, e
    pensano che esista una responsabilità morale radicalmente diversa tra essere
    causa di un evento e permettere a un evento di accadere. A partire da tale
    distinzione concettuale, si ritiene che eutanasia e suicidio assistito siano
    sempre e comunque illeciti, mentre la sospensione o la non attivazione di un
    trattamento su richiesta del paziente nelle situazioni previste sia sempre lecita.
    Esistono, infine, posizioni intermedie, secondo cui la distinzione tra uccidere e
    lasciar morire sarebbe generalmente valida, ma ammetterebbe delle eccezioni.
    In tal modo essa non sarebbe un principio etico assoluto, ma prima facie, vale a
    dire un principio generalmente valido, ma non sempre valido: così come
    esistono casi in cui è moralmente illecito lasciare morire, esistono casi
    eccezionali in cui sarebbe moralmente lecito ottemperare alla richiesta di un
    paziente di essere ucciso o di essere aiutato ad uccidersi.
    Ad ogni modo, qualunque possa essere la valutazione morale della liceità o
    illiceità del suicidio assistito, va considerato che discorso morale e discorso
    giuridico non devono né necessariamente coincidere né essere radicalmente
    separati. Esistono posizioni secondo le quali alla illiceità morale del suicidio
    deve seguire la proibizione giuridica della pratica; altre posizioni secondo le
    quali alla liceità morale del suicidio deve seguire la legalizzazione della pratica.
    Altre posizioni ancora sostengono che in circostanze mediche specifiche e in
    certo qual modo eccezionali la richiesta e l’assistenza al suicidio non siano atti
    moralmente riprovevoli, ma che ciò non comporti automaticamente che il
    suicidio medicalmente assistito debba essere legalizzato o depenalizzato.
    Qualora si supponga, infatti, che in casi estremi sia moralmente lecito aiutare
    un individuo a uccidersi per evitare sofferenze che egli ritiene insopportabili,
    sorgono una serie di interrogativi che rendono non scontata la traduzione in
    termini giuridici di questa situazione: dalla compatibilità di tali pratiche con la
    deontologia medica, alla difficoltà di garantire che alcune condizioni essenziali
    siano ottemperate nella pratica clinica (dall’autonomia della richiesta del
    paziente all’inutilità di tutte le possibili forme di cura e di assistenza alternative),
    all’impossibilità di trovare formule giuridicamente univoche capaci di impedire
    pericolose forme future di pendio scivoloso.
    In generale, quindi, va sempre considerato che, su temi così delicati come
    quelli in esame, e a fronte di un pluralismo morale diffuso nella nostra società,
    etica e diritto non sempre convergono, e che le scelte del legislatore al riguardo

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    devono mediare e bilanciare i diversi valori in gioco, al fine di potere
    rappresentare le diverse istanze provenienti dalla società.
    1.2. Oggetto di questo Parere è la questione sollevata dalla Corte di Assise
    di Milano (ordinanza 14 febbraio 2018), che dubita della legittimità dell’art. 580
    (a) “nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio in alternativa alle
    condotte di istigazione e, quindi, a prescindere dal loro contributo alla
    determinazione o rafforzamento del proposito di suicidio”; e (b) nella parte in cui
    non distingue le condotte di semplice agevolazione da quelle di istigazione.
    In risposta a tali quesiti, l’ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale
    ha innanzitutto osservato che l’art. 580 del codice penale è “funzionale alla
    protezione di interessi meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento”, e quindi
    che “l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non può essere ritenuta incompatibile
    con la Costituzione”. Ancora, la Corte sostiene che “l’incriminazione
    dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio è (...) funzionale alla tutela del diritto alla
    vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili”. Il principio etico di tutela
    della vita trova, quindi, la sua estrinsecazione nell’art. 2 della Costituzione e
    nell’art. 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo; ne deriva il dovere
    per lo Stato di approntare tutte le misure affinché la vita sia adeguatamente
    tutelata, “non quello - diametralmente opposto - di riconoscere all’individuo la
    possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire”. Il fatto, poi, che il
    legislatore nel 1930 concepisse il reato di aiuto al suicidio come una forma di
    tutela della vita umana sulla base dell’interesse della collettività, non esclude
    che, in seguito e ancor oggi, la ratio dell’art. 580 c.p. possa rinvenire una sua
    più appropriata giustificazione nel valore personalistico della Costituzione
    repubblicana.
    Tuttavia, la Corte costituzionale ricorda anche come l’attuale assetto
    normativo concernente il fine vita lasci prive di adeguata tutela determinate
    situazioni ugualmente meritevoli di protezione e di rispetto, situazioni in cui il
    valore della tutela della vita umana va bilanciato con altri beni
    costituzionalmente rilevanti. Si tratta di situazioni che non erano minimamente
    prevedibili nel 1930 (ma anche nei decenni successivi) e che sono determinate

    dalle possibilità straordinarie della medicina e del suo apparato tecnico-
    scientifico di salvare dalla morte pazienti in condizioni gravemente

    compromesse; tali pazienti poi però si trovano a vivere in uno stato
    irreversibilmente debilitato, talvolta anche di dipendenza tecnologica e di
    sofferenza, che può indurre i malati a ritenere la propria vita non dignitosa.
    In specie, la Corte ha individuato quattro requisiti che possono giustificare
    un’assistenza di terzi nel porre fine alla vita di una persona malata: quando
    essa sia a) affetta da una patologia irreversibile e b) che sia fonte di sofferenze
    fisiche o psicologiche da lei giudicate intollerabili, c) che sia tenuta in vita grazie
    a trattamenti di sostegno vitale e che al contempo resti d) capace di prendere
    decisioni libere e consapevoli. È possibile domandarsi se questi requisiti indicati
    dalla Corte abbiano un valore generale o siano stati formulati in riferimento al
    caso specifico (situazione di Fabiano Antoniani, detto Dj. Fabo) sottoposto alla
    sua attenzione.
    La Corte traccia una analogia tra il rifiuto al trattamento sanitario consentito
    dalla L. 219/2017 su Consenso informato e disposizioni anticipate di
    trattamento e le correlate cure palliative, che possono giungere fino alla
    sedazione profonda da un lato, e la richiesta di aiuto al suicidio da parte del

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    malato di porre fine alla propria esistenza dall’altro. Tale analogia risulta uno dei
    profili utilizzati per giustificare la legittimità dell’aiuto al suicidio nelle situazioni
    estreme di cui si è detto. “Se infatti – scrive la Corte – il cardinale rilievo del
    valore della vita non esclude l’obbligo di rispettare la decisione del malato di
    porre fine alla propria esistenza tramite l’interruzione dei trattamenti sanitari –
    anche quando ciò richieda una condotta attiva, almeno sul piano materialistico,
    da parte di terzi (quale il distacco o lo spegnimento di un macchinario,
    accompagnato dalla somministrazione di una sedazione profonda continua e di
    una terapia del dolore) – non vi è ragione per la quale il medesimo valore debba
    tradursi in un ostacolo assoluto, penalmente presidiato, all’accoglimento della
    richiesta del malato di un aiuto che valga a sottrarlo al decorso più lento –
    apprezzato come contrario alla propria idea di morte dignitosa – conseguente
    all’anzidetta interruzione dei presidi di sostegno vitale”.
    Per questo motivo, oltre che per il rispetto della dignità e
    dell’autodeterminazione della persona malata, la Corte ritiene opportuno un
    intervento del legislatore per definire modi e condizioni dell’assistenza al
    suicidio e del diritto del soggetto a ricevere un trattamento di fine vita. Pertanto,
    pur riconoscendo fin d’ora che l’art. 580 del codice penale necessita di essere
    integrato da una norma capace di corrispondere alle richieste provenienti da
    quelle situazioni estreme di cui si diceva (persona affetta da una patologia
    irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, tenuta in vita
    attraverso trattamenti di sostegno vitale, capace di decisioni libere e
    consapevoli), la Corte differisce a data futura (24 settembre 2019) l’udienza
    pubblica in cui si tratterà la questione di legittimità costituzionale. Per questo,
    data la situazione di incertezza sul tema, il CNB ritiene opportuno di intervenire,
    cercando di delineare i termini del problema e i valori in gioco.
    2. Il rapporto tra eutanasia e suicidio assistito
    Nel linguaggio specialistico e nel linguaggio comune spesso si usano i
    termini “eutanasia” e “suicidio assistito” in modi diversi. È pertanto
    indispensabile, prima di un’analisi etica e giuridica del tema, chiarire l’uso
    semantico di queste espressioni. È necessario tracciare anche una distinzione
    sulle procedure che caratterizzano la fattispecie dell’eutanasia e quella
    dell’aiuto al suicidio.
    Eutanasia è termine polisemico, possiede cioè differenti significati,
    ancorché etimologicamente correlati. In generale qui la intendiamo come l’atto
    con cui un medico o altra persona somministra farmaci su libera richiesta del
    soggetto consapevole e informato, con lo scopo di provocare intenzionalmente
    la morte immediata del richiedente. L’obiettivo dell’atto è anticipare la morte su
    richiesta al fine di togliere la sofferenza; in questo senso, è inquadrabile
    all’interno della fattispecie più generale dell’omicidio del consenziente (art. 579
    c.p.).
    Le circostanze specifiche di legittimazione giuridica di tali pratiche sono
    variabili: generalmente le legislazioni prevedono condizioni di gravi patologie
    inguaribili e di sofferenza fisica e psichica percepita come insopportabile e
    esplicitata in modo ripetuto (es. legislazione olandese, belga e
    lussemburghese). È oggetto di discussione la possibilità di allargare l’eutanasia
    a condizioni di depressione, grave disagio esistenziale, solitudine, incidenza
    economica negativa sulla famiglia, o anche a condizioni di non piena capacità di

    10
    intendere e volere, come nel caso di minori o di persone affette da demenza.
    Altra fattispecie è l’aiuto o l’assistenza al suicidio, che si distingue
    dall’eutanasia perché in questo caso è l’interessato che compie l’ultimo atto
    che provoca la sua morte, atto reso possibile grazie alla determinante
    collaborazione di un terzo, che può anche essere un medico, il quale prescrive
    e porge il prodotto letale nell’orizzonte di un certo spazio temporale e nel
    rispetto di rigide condizioni previste dal legislatore. Non mancano casi in cui la
    procedura si avvale di macchine che possono aiutare il paziente con ridotta
    capacità fisica ad assumere il prodotto letale predisposto (dal medico o da altri).
    Per lo più, l’aiuto al suicidio si realizza con l’assistenza del medico, del
    farmacista o dell’infermiere e all’interno di strutture di cura (aiuto al suicidio
    medicalizzato).
    Si può, però, considerare anche un’altra ipotesi, quella di ritenere non
    giustificato attribuire soltanto ai medici e alle professioni sanitarie coinvolte a
    diverso livello (infermieri, farmacisti, psicologi) il compito di praticare il suicidio
    assistito. Si possono anche prevedere commissioni interdisciplinari istituite
    presso strutture sanitarie o socio-sanitarie, a carico del SSN, ove il ruolo dei
    medici può essere limitato alla sola constatazione dell’esistenza o dell’assenza
    di condizioni cliniche per il suicidio assistito, escludendo la collaborazione alla
    predisposizione e alla somministrazione del farmaco letale1
    .

    Anche da parte dell’interessato si riscontra a volte il timore verso una morte
    burocratizzata ed un eccesso di tecnologie o medicalizzazione e si prospettano
    altre soluzioni: il ricorso a familiari, amici, o associazioni che offrono aiuto al
    suicidio in istituti sociosanitari o a domicilio. In questi casi, realizzati fuori dagli
    ospedali, l’“assistenza al suicidio” si completa con un’“assistenza
    farmacologica”: la presenza di un medico può essere richiesta soltanto nel
    momento iniziale della procedura, in cui nel rispetto di rigide condizioni il
    medico prescrive il prodotto, che sarà poi distribuito dal farmacista. La persona
    che entra in possesso del prodotto letale resta, peraltro, libera di decidere se
    farne uso o meno in un secondo momento. Non mancano dati statistici di
    persone che, pur avendo ottenuto il composto, non realizzano il loro programma
    suicida.
    Nel trattare la tematica in oggetto, la Corte costituzionale fa chiaro
    riferimento all’aiuto al suicidio medicalizzato, ritenendo che in questa situazione
    siano maggiormente rispettati i requisiti e i criteri di accortezza della pratica e
    garantito a qualsiasi soggetto “un controllo ex ante sull’effettiva sussistenza, ad
    esempio, della loro capacità di autodeterminarsi, del carattere libero e informato
    della scelta da essi espressa e dell’irreversibilità della patologia da cui sono
    affetti”.
    In tutti i casi di richiesta di suicidio assistito sopra descritti, all’origine e alla
    realizzazione dell’atto letale vi erano sempre la volontà della persona che ha
    voluto mettere fine alla sua vita attraverso il suicidio e la presenza di un terzo o

    1 È questa un’ipotesi presentata nell’audizione del 24 maggio 2019 presso il CNB dal Dott.
    Filippo Anelli, Presidente Nazionale della FNOMCeO. Nel corso del suo intervento, il Dott. Anelli
    ha presentato questa possibilità come residuale; l’audizione è stata infatti improntata, in primo
    luogo, al valore della cura nella professione medica e al cambiamento di paradigma che
    comporterebbe il suicidio assistito in questo contesto. Tale posizione è confermata dal
    Documento conclusivo dei lavori della Consulta Deontologica Nazionale della FNOMCeO,
    chiamata ad esprimere parre sul suicidio assistito in merito all’ordinanza n. 207/2018 della Corte
    costituzionale, ila 14 marzo 2019.

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    di terzi, che hanno assecondato la richiesta per ragioni di solidarietà e di pietà.
    Le legislazioni che ammettono l’aiuto al suicidio ritengono condizione primaria
    la volontà consapevole, libera, chiaramente affermata e verificata, e non
    tollerano che, per vantaggi personali, un terzo incida o eserciti pressione
    sull’autonomia della persona (fattispecie dell’istigazione al suicidio).
    È opportuno, ora, discutere se la nozione di aiuto al suicidio, nelle sue
    diverse modalità, possa rientrare nella nozione di eutanasia, dal momento che
    le due fattispecie infatti vengono spesso accomunate sotto il profilo etico o
    giuridico.
    Per alcuni orientamenti distinguere l’aiuto al suicidio dall’eutanasia può
    risultare operazione inconsistente e speciosa, data la sostanziale equivalenza
    tra il fatto di aiutare una persona che vuole darsi e si dà la morte, e il fatto di
    essere autore della morte di questa persona. Il suicidio, che per definizione è un
    atto individuale quando il soggetto fa tutto da sé, cessa di essere tale nel caso
    in cui ci sia assistenza, ossia quando altri provvedono a predisporre gli ausilii
    richiesti a dare la morte, e all’interessato è lasciato solo l’ultimo atto. In questo
    senso elementi strutturali dell’eutanasia si possono riscontrare nell’assistenza al
    suicidio: la volontà del soggetto, pienamente libero e consapevole, a ricevere il
    trattamento necessario per morire a seguito di circostanze da lui stesso
    puntualmente determinate sul momento o previste anticipatamente; l’impegno
    di un terzo di venire incontro a tale richiesta; l’interesse pubblico di controllare
    che siano rispettate opportune cautele; l’obbligo delle strutture sanitarie ad
    assistere il paziente e offrire concrete possibilità di accedere alle cure palliative
    e alla sedazione.
    Per altri orientamenti, invece, dal punto di vista filosofico e simbolico esiste
    una differenza significativa a livello dei principi con cui queste due azioni
    possono essere giustificate. Nella fattispecie dell’assistenza al suicidio si
    osserva che il suicidio rimane un atto della persona stessa, mentre l’eutanasia
    prevede nel dare la morte l’intervento di un terzo. Una distinzione che marca
    l’idea secondo la quale consentire a una persona di darsi la morte non è
    identico a dare la morte a qualcuno a seguito della sua richiesta. Si sottolinea
    che l’omicidio su richiesta della persona contrasta con l’opinione diffusa
    secondo cui la morte di un essere umano non deve essere provocata
    intenzionalmente da altri. L’eutanasia coinvolge persone che esprimono il
    desiderio di porre fine alla vita, ma che preferiscono o che necessitano che ciò
    avvenga per mano di un terzo.
    3. Inquadramento etico-giuridico sul fine vita nel nostro ordinamento
    3.1. Lettura codicistica e giurisprudenziale
    A prescindere dai dibattiti morali sottesi alle diverse posizioni,
    nell’ordinamento italiano è assente una disciplina specifica delle due pratiche
    sopra esaminate (eutanasia e suicidio assistito), che sono trattate come aspetti
    delle figure generali dei delitti contro la vita. Un effetto di questa situazione è
    che tali pratiche danno luogo a sanzioni penali molto elevate, di un rigore così
    intenso da apparire, secondo alcuni, censurabili sotto il profilo di una
    ragionevole proporzionalità della pena. Quest’aspetto emerge con chiarezza
    ove si consideri che casi di eutanasia simili a quelli descritti sono riconducibili
    alla fattispecie dell’omicidio del consenziente (art. 579 c.p., da sei a quindici
    anni di reclusione) o a quella dell’omicidio volontario comune (art. 575 c.p.,

    12
    reclusione non inferiore a ventuno anni). Come appare evidente, un simile
    inquadramento delle tragiche vicende riconducibili all’omicidio pietatis causa è
    incongruo.
    Anche l’aiuto al suicidio è considerato fattispecie criminosa, disciplinata
    congiuntamente all’istigazione al suicidio ex art. 580 c.p., figura criminosa che si
    realizza tutte le volte in cui la vittima abbia conservato il dominio della propria
    azione, nonostante la presenza di una condotta estranea di determinazione o di
    aiuto alla realizzazione del suo proposito, e lo abbia realizzato, anche
    materialmente, di mano propria.
    La linea di discrimine tra le due diverse figure criminose ex art. 579 c.p. e
    ex art. 580 c.p. consiste, dunque, nel fatto che l’ultimo atto causativo della
    morte sia compiuto da un terzo o invece dal paziente, e ciò determina una
    rilevanza decisiva sul piano della responsabilità penale con una diminuzione
    della pena.
    Va ancora sottolineato che il diritto, che tutela il bene vita e altri principi
    fondamentali (libertà, dignità, uguaglianza, ecc.), nel corso del tempo ha già
    trovato nel nostro ordinamento giuridico un bilanciamento tra i valori. La stessa
    Corte costituzionale (ad es. nella sentenza n. 27/1975) ne ha ammesso una
    ponderazione nella materia dell’interruzione volontaria della gravidanza, pur in
    riferimento a chi “persona deve ancora diventare”, e si può citare la Corte di
    Cassazione che nella vicenda Englaro ha stabilito che “deve escludersi che il
    diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché
    da esso consegua il sacrificio del bene vita” (Cass. Sez. I civ., n. 21748/2007).
    In questa linea si colloca poi l’attuale normativa sul consenso informato e
    sulle disposizioni anticipate di trattamento (L. 219/2017), dove il legislatore ha
    ritenuto legittimo, sulla scorta della giurisprudenza costituzionale intervenuta ai
    sensi degli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione, il rifiuto e la rinuncia informati e
    consapevoli del paziente, espressi anche attraverso le DAT, e la pianificazione
    condivisa, a qualsiasi trattamento sanitario, anche salvavita.
    Rileva osservare che la Corte costituzionale nell’ordinanza in questione fa
    un accostamento tra il rifiuto al trattamento sanitario in forza della L. 219/2017 e
    l’assistenza al suicidio medicalizzato, al fine di giustificare per alcuni casi la
    legittimità di quest’ultima. Inoltre, nel raccomandare nella propria ordinanza una
    serie di limiti, cautele e condizioni all’assistenza medicalizzata al suicidio
    (irreversibilità della malattia, gravi sofferenze, plurimi profili in presenza dei quali
    una persona possa richiedere l’aiuto, riserva esclusiva di somministrazione di
    tali trattamenti al SSN, possibilità per il medico di avvalersi dell’obiezione di
    coscienza, ecc.) ipotizza che il legislatore possa regolamentare la legittimità
    dell’assistenza al suicidio, non attraverso un’autonoma disciplina o “una mera
    modifica della disposizione penale di cui all’art 580 c.p.”, bensì “inserendo la
    disciplina stessa nel contesto della L. 219/2017 e del suo spirito”.
    Tale ipotesi legislativa non è condivisa dal CNB, dato che permane una
    netta differenza di fatto, con effetti sul piano etico e giuridico, tra il paziente
    libero di rifiutare o di accettare un trattamento terapeutico e il paziente che
    chiede di farsi aiutare a morire (aiuto al suicidio). Una cosa è sospendere o
    rifiutare trattamenti terapeutici per lasciare che la malattia faccia il proprio corso;
    altra cosa è chiedere ad un terzo, per esempio ad un medico, un intervento
    finalizzato all’aiuto nel suicidio. Si tratta di affrontare due situazioni
    giuridicamente diverse: l’una ammessa in forza dell’art. 32, comma 2 della
    Carta costituzionale e della L. 219/2017; l’altra, vietata sulla scorta del principio

    13
    “non uccidere”, posto a fondamento del vivere sociale le cui eventuali eccezioni
    non possono essere invocate per analogia, ma in merito alla loro possibile
    liceità, essere semmai oggetto di una decisione specifica da parte della Corte
    costituzionale o del legislatore.
    3.2. La sedazione palliativa profonda continua
    Riguardo alla c.d. “sedazione palliativa profonda continua”, per utilizzare
    un’espressione proposta dal Comitato Nazionale per la Bioetica nel Parere del
    2016, si afferma la tesi, argomentata all’interno dello stesso Parere e in linea
    con quanto sostengono le società scientifiche di cure palliative, che la
    sedazione palliativa profonda continua non è equiparabile all’eutanasia, perché
    l’una è un atto volto ad alleviare le sofferenze, l’altra un atto finalizzato alla
    morte. Una simile differenza trova poi la sua giustificazione anche in altri
    elementi: per esempio, nei farmaci diversi che vengono somministrati nei due
    differenti procedimenti, sedativo o eutanasico, e anche nel diverso esito
    dell’atto, in quanto nella sedazione il paziente si avvia, senza coscienza, verso
    la morte naturale, mentre nell’eutanasia la morte viene provocata
    nell’immediato. In questa linea si è precisato che il Codice di deontologia
    medica 2014, “in ottemperanza dell’autodeterminazione del paziente da un lato
    e nel rispetto della clausola di coscienza del medico dall’altro, sottolinea come
    l’attuazione della volontà del paziente nel rifiutare le cure, pone il ricorso alla
    sedazione profonda medicalmente indotta, come attività consentita al medico in
    coerenza e nel rispetto dei precetti deontologici. Tutto ciò nel rispetto della
    dignità del morente”2
    .
    3.3. Il suicidio
    Dal punto di vista giuridico, il suicidio non è oggi oggetto di un divieto.
    Tuttavia non costituisce esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, ma
    viene inteso come una semplice facoltà o un mero esercizio di una libertà di
    fatto.
    Di norma la prevenzione del suicidio è una finalità importante e
    condivisibile, in sintonia con la concezione personalistica della nostra
    Costituzione che opportunamente sottolinea una prospettiva solidaristica. La
    maggioranza degli studi, che si sono occupati del suicidio da diversi angoli
    visuali (sociologico, psicologico, psichiatrico, ecc.), sono stati condotti anche
    allo scopo di raccogliere informazioni utili a prevenire le condotte suicidarie.
    Peraltro, appare evidente che, nelle ipotesi di suicidio assistito delineate
    dalla Corte costituzionale, siamo di fronte ad una richiesta di assistenza nel
    morire avanzata in condizioni esistenziali molto diverse rispetto a quelle che
    contraddistinguono le molteplici tipologie di suicidio, indotte dalle “sofferenze
    dell’anima”. In questo parere il Comitato Nazionale per la Bioetica utilizza il
    termine suicidio nella piena consapevolezza della difficoltà di ricondurre le
    situazioni indicate dalla Corte costituzionale alla categoria tradizionale del
    suicidio. In ogni caso, di fronte alla richiesta di essere aiutati a morire,
    l’approccio che ispira l’etica dell’accompagnamento nel morire è quello
    dell’ascolto, dell’interpretazione della richiesta: ad ogni soggetto che, in
    condizioni di particolare vulnerabilità fisica e psichica, manifesti la volontà di

    2 Lettera del Presidente della FNOMCeO, Dott. Filippo Anelli, al Presidente del CNB, Prof.
    Lorenzo d’Avack, del 14 marzo 2019.

    14
    morire, deve essere dedicato un ascolto particolare, perché il medico possa
    comprendere cosa significhi la sua richiesta.
    4. Temi in discussione circa l’assistenza al suicidio
    4.1. Il valore da attribuire all’espressione di volontà della persona
    Il requisito considerato irrinunciabile perché la richiesta di aiuto al suicidio
    sia legittima è che questa sia informata, consapevole e libera.
    Nelle legislazioni che consentono l’aiuto al suicidio rimane come requisito
    sempre necessario che la persona determini in maniera esplicita, libera e
    informata la propria volontà di terminare la propria vita mediante la
    collaborazione di altri, che predispongono mezzi materiali attraverso cui il
    soggetto si dà la morte, e che non si tratti di una decisione presunta o di una
    acquiescenza passiva o di una mera accettazione di suggerimenti altrui. Una
    richiesta consapevole, libera e informata che in queste circostanze alcuni
    ritengono opportuno che sia rivolta ad un medico di cui la persona abbia fiducia.
    La comunicazione tra medico e paziente deve avvenire nel modo più
    appropriato possibile e spetta al medico, in prima battuta, accertare che la
    richiesta risponda alle condizioni di garanzia previste dalla legge. Dalla
    documentazione, data in genere nella cartella clinica, deve risultare che il
    paziente sia stato chiaramente informato sulla natura della sua malattia, sui
    possibili sviluppi di cure multidisciplinari e anche di prodotti in corso di
    sperimentazione e mirati su quelle patologie di cui è affetto il paziente e
    sull’effettiva possibilità di un coinvolgimento in un percorso di efficaci e continue
    cure palliative. Per queste ragioni la decisione di prestare assistenza
    medicalizzata al suicidio, pur nel rispetto di condizioni e criteri prestabiliti, non
    può diventare un automatismo, ma deve sempre essere presa pensando alla
    persona che la chiede e alla situazione specifica.
    Per alcune correnti di pensiero l’autodeterminazione della persona è
    condizione necessaria e sufficiente per legittimare ogni atto medico: in questo
    senso il consenso informato diviene espressione dell’autonomia del soggetto
    capace che rivendica il controllo sulla propria vita e sulla propria morte.
    Le nozioni di “consenso informato”, di “capacità legale” e di “capacità di
    intendere e di volere” vengono, però, a volte criticate da altri a motivo del loro
    carattere statico e formalistico, con un forte riferimento agli atti di disposizione
    patrimoniale. Questi privilegiano, quindi, una nozione di “capacità di esprimere
    la propria volontà o la propria identità”, che risulterebbe più dinamica e aderente
    al carattere personale della decisione da adottare nel contesto in esame. E in
    questo senso, può rilevarsi come la stessa Corte costituzionale, nell’ordinanza
    n. 207/2018, non tratti di “capacità di intendere e volere”, ma fissi una delle
    condizioni per l’assistenza al suicidio in concetti di carattere più sostanziale
    come “capacità di autodeterminarsi” o capacità “di prendere decisioni libere e
    consapevoli”.
    Per altre correnti di pensiero, invece, la richiesta di aiuto al suicidio in
    determinate circostanze è espressione di uno spazio di libertà personale, da
    rispettare anche perché basato su principi etici e costituzionali.
    Riconoscere la capacità di decisione delle persone in stato di grave
    sofferenza non significa negare l’influenza dell’emotività nelle scelte. È nel
    carattere degli umani l’essere guidati nelle loro azioni da sollecitazioni emotive
    che interagiscono con la razionalità. Ma ciò non inficia l’autodeterminazione, né

    15
    può, di per sé, giustificare la limitazione della libertà delle persone sofferenti,
    pena l’aggiunta di nuove sofferenze.
    Per altre correnti ancora il consenso informato non è affatto sufficiente per
    legittimare un atto che comporti la disposizione della propria vita. Un’eventuale
    disposizione della propria vita può essere giustificata solo dall’adesione a valori
    più alti, come per esempio avviene nel sacrificio di sé per salvare vite altrui. Vi
    è, quindi, a fondamento della questione un modo diverso di intendere il rapporto
    tra libertà e vita.
    Infine, coloro che considerano illecito il suicidio assistito ritengono invece
    che le condizioni esistenziali di grave malattia e di sofferenza insopportabile
    rendano i soggetti particolarmente vulnerabili. In questi casi è difficile
    presupporre una lucidità di giudizio e la libera capacità di volere del paziente,
    cioè una volontà da vero esprit fort. La realtà è anche che un’ipotesi del genere
    si muove in un’atmosfera chiaroscurale, dominata dall’angoscia e
    dall’incertezza e tutt’altro che illuministicamente univoca. L’atteggiamento delle
    persone gravemente malate e prossime alla fine può essere ambivalente e
    incostante. Sono generalmente persone fragili, angosciate dal timore della
    sofferenza e dalla mancanza di autonomia, talvolta afflitte da problemi
    economici e familiari, incerte del loro futuro, bisognose di essere alleggerite dal
    peso di decisioni gravose, spesso in stato di confusione o depressione. Sono le
    condizioni prevalenti di chi si trova alla fine della vita, e vanno prese sul serio
    sul piano bioetico per evitare il rischio che, in nome di una pretesa e supposta
    volontà autonoma e informata del paziente, si aprano spazi di abbandono dei
    soggetti considerati ‘marginali’, in quanto improduttivi, dipendenti e costosi, che
    necessitano di un sostegno solidale.
    4.2. Il rispetto dei valori professionali del medico e degli operatori
    sanitari
    Un problema di rilievo circa il suicidio medicalmente assistito o l’eutanasia
    riguarda i valori professionali del medico e del personale sanitario coinvolto in
    tale pratica. Al riguardo le posizioni sono molte, ma al fondo sono riconducibili a
    due prospettive diverse che si rivelano essere tra loro in contrasto.
    L’una è quella storicamente più diffusa, e afferma che il compito
    professionale del medico e del personale sanitario è rivolto alla guarigione e
    alla cura, e non contempla atti che procurano direttamente la morte. Un
    eventuale coinvolgimento in pratiche tese a dare la morte (suicidio assistito o
    eutanasia) comporterebbe un profondo mutamento (o addirittura uno
    stravolgimento) della figura del medico e del suo ruolo nelle strutture sanitarie e
    delle strutture sanitarie stesse. Infatti, invece di essere rivolte all’aiuto nel
    morire, ossia all’accompagnamento nel morire attraverso le cure palliative e la
    terapia del dolore, queste verrebbero rivolte all’aiuto a morire attraverso la
    collaborazione a (o l’esecuzione di) atti che provocano direttamente la morte.
    Escludere l’assistenza al suicidio consente al medico di conservare il significato
    etico-deontologico della propria professione e al paziente di mantenere in modo
    più saldo e solido la fiducia nel proprio medico. Si osserva anche che la
    medicina non è un’attività meramente tecnica e neutrale, ma è una pratica
    basata su un’etica e una deontologia che pone al centro la tutela della vita, la
    cura e il prendersi cura del paziente.
    Sono questi i principi espressi dalla World Medical Association che, nel suo
    più recente documento sul suicidio assistito (2017), ha ribadito quanto già

    16
    affermato in anni precedenti (1992, 2002, 2005, 2013 e 2015): “L’Associazione
    Medica Mondiale riafferma il suo forte convincimento che l’eutanasia si pone in
    conflitto con i principi etici fondamentali della pratica medica, e la Associazione
    Medica Mondiale incoraggia fortemente tutte le Associazioni Mediche Nazionali
    e i medici ad astenersi dal partecipare all’eutanasia, anche se la legge
    nazionale la ammette o la depenalizza in certe circostanze”3

    . Lo stesso

    argomento può essere applicabile all’aiuto al suicidio.
    Questa prospettiva è riaffermata dal Codice di deontologia medica (2014),
    che all’art. 3 ricorda che “doveri del medico sono la tutela della vita, della salute
    psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto
    della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali
    che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera”. E all’art. 17
    precisa che “Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né
    favorire atti finalizzati a provocarne la morte”. La posizione è ribadita anche dal
    documento conclusivo dei lavori della Consulta Deontologica Nazionale della
    FNOMCeO del marzo 2019, la cui relazione di accompagnamento, pure,
    ammette che i valori professionali vanno “vissuti in un’epoca di evoluzione
    travolgente della scienza e della tecnologia medica e influiscono nel processo
    del morire, modificandolo; nello stesso tempo la società trasforma la percezione
    sociale e individuale della morte”
    4
    .

    Anche la Federazione Nazionale degli Ordini dei Farmacisti Italiani nel
    proprio Codice deontologico (2018), all’art. 8 (Dispensazione e fornitura dei
    medicinali) dispone che: “La dispensazione del medicinale è un atto sanitario, a
    tutela della salute e dell’integrità psicofisica del paziente”. Inoltre, nel proprio
    giuramento (testo approvato dal Consiglio Nazionale il 15 dicembre 2005) il
    farmacista promette “di difendere il valore della vita con la tutela della salute
    fisica e psichica delle persone per il sollievo della sofferenza come fini esclusivi
    della professione, ad essi ispirando ogni mio atto professionale con
    responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, affermando il
    principio etico dell’umana solidarietà”.
    Il nuovo Codice degli infermieri (aprile 2019) all’art. 24 sottolinea che
    l’infermiere «presta assistenza infermieristica fino al termine della vita della
    persona assistita. Riconosce l’importanza del gesto assistenziale, della
    pianificazione condivisa delle cure, della palliazione, del conforto ambientale,
    fisico, psicologico, relazionale e spirituale».
    L’altra posizione è storicamente più recente e meno diffusa, e afferma che
    l’aiuto a morire può rientrare tra i compiti professionali del medico e del
    3 Cfr. il testo originale “The World Medical Association reaffirms its strong belief that euthanasia
    is in conflict with basic ethical principles of medical practice, and The World Medical Association
    strongly encourages all National Medical Associations and physicians to refrain from
    participating in euthanasia, even if national law allows it or decriminalizes it under certain
    conditions” (la traduzione è nostra). WMA Statement on Physician Assisted Suicide (Adopted by
    the 44th World Medical Assembly, Marbella, Spain, September 1992 and editorially revised by
    the 170th Council Session, Divonne-les-Bains, France, May 2005, reaffirmed by the 200th WMA
    Council Session, Oslo, Norway, April 2015 and reiterated on October 2017)”. Il testo integrale di
    tale documento è: “Physician-assisted suicide, like euthanasia is unethical and must be
    condemned by the medical profession. Where the assistance of the physician is intentionally
    and deliberately directed at enabling an individual to end his or her own life, the physician acts
    unethically. However the right to decline medical treatment is a basic right of the patient and the
    physician does not act unethically even if respecting such a wish results in the death of the
    patient”.
    4 FNOMCeO, Documento conclusivo della Consulta Deontologica Nazionale, marzo 2019, p. 3.

    17
    personale sanitario. Questo perché oggi non solo sono profondamente
    cambiate rispetto al passato le condizioni del morire, ma anche perché le
    persone vogliono affermare l’autodeterminazione sulla propria vita e sulla
    propria morte. In alcuni casi, il processo del morire è prolungato da interventi
    medici che comportano sofferenze e angosce nelle persone, così che non solo
    si richiedono cure palliative e programmi di pianificazione delle cure, ma si
    passa anche all’esplicita richiesta di aiuto a morire per superare un’inevitabile
    situazione di dolore. In questi casi, la disponibilità del medico ad assecondare la
    richiesta di morire nasce dal primum non nocere, ossia dal dovere che impone
    di non causare nocumento e di diminuire il dolore.
    In altri casi, inoltre, più che ad evitare sofferenze, la richiesta di essere
    aiutati a morire nasce dalla scelta autonoma di una persona che vuole evitare la
    perdita di dignità che l’evoluzione della malattia può comportare.
    Anche in questa prospettiva si osserva che la medicina non è una mera
    attività tecnica e neutrale, ma è pratica informata a un’etica che privilegia sia il
    rispetto dell’autonomia dell’interessato, sia la lotta alle sue sofferenze, sia la
    tutela di un vivere che per l’interessato ha perso dignità. I codici deontologici
    dell’Olanda, del Belgio e del Canada hanno recepito questa prospettiva che
    viene proposta come alternativa.
    Va ancora tenuto conto che, nell’eventualità di una normativa che legittimi
    l’aiuto al suicidio medicalizzato, in alcuni casi potrà esservi una concordanza tra
    la volontà del paziente che chiede di porre termine alla propria vita, e la volontà
    del medico o dell’operatore sanitario che assecondano la richiesta del paziente.
    Ma in altri casi potrà riscontrarsi una discordanza, perché il medico o
    l’operatore sanitario potrebbero non volere fornire un’assistenza al suicidio,
    appellandosi a molteplici ragioni di coscienza: tutela della vita, identità della
    professione medica, dovere di cura, rischi sociali, ecc.
    Il Comitato ha esaminato questa posizione e ritiene che, nell’eventualità di
    una normativa che legittimi l’aiuto al suicidio medicalizzato, sia indicata la
    possibilità dell’obiezione di coscienza per il medico, qualora tale atto sia ritenuto
    profondamente contrario ai propri convincimenti. Ciò significa che l’attuazione
    dell’aiuto al suicidio medicalizzato può aversi solo nei casi di concordanza tra la
    volontà del paziente che chiede di essere aiutato a porre termine alla propria
    vita e la volontà del medico disposto ad assecondare la richiesta del paziente.
    Del resto anche le normative che, nei vari paesi, hanno legalizzato il
    suicidio medicalmente assistito o l’eutanasia, prevedono in genere la possibilità
    dell’obiezione di coscienza per il personale sanitario coinvolto. Come il CNB ha
    sostenuto nel suo parere 20125

    “l’obiezione di coscienza in bioetica è
    costituzionalmente fondata (con riferimento ai diritti inviolabili dell'uomo) e va
    esercitata in modo sostenibile”; quindi “la tutela dell'obiezione di coscienza, per
    la sua stessa sostenibilità nell'ordinamento giuridico, non deve limitare né
    rendere più gravoso l'esercizio di diritti riconosciuti per legge né indebolire i
    vincoli di solidarietà derivanti dalla comune appartenenza al corpo sociale”.
    Nello stesso parere del CNB si ribadisce che “quando un’obiezione di coscienza
    è ammessa dovrà essere prevista l’organizzazione di un servizio che permetta
    comunque l’esercizio dei diritti nonostante la mancata partecipazione
    dell’obiettore” (p. 17).

    5 Comitato Nazionale per la Bioetica, Obiezione di coscienza e bioetica, 12 luglio 2012.

    18

    4.3. L’argomento del pendio scivoloso
    Applicata al caso del suicidio medicalmente assistito, la metafora del
    “pendio scivoloso” richiama l’attenzione sul pericolo o sul rischio che una
    possibile legislazione, permissiva dell’aiuto medico al suicidio in circostanze
    particolari e ben delimitate, venga poi, inevitabilmente e al di là delle iniziali
    intenzioni, ad ampliare considerevolmente le maglie fino ad ammettere nella
    pratica casi che, nella situazione iniziale, non erano affatto previsti.
    Secondo alcuni, una volta ammesso il suicidio medicalmente assistito in
    qualche tragico e sporadico caso, si finirebbe per scivolare nell’ammissione di
    modalità di anticipazione della morte anche per le situazioni di demenza o di
    minorità, per le quali la capacità di consenso esplicito è più incerta.
    Diventerebbe poi difficile distinguere tra sofferenze fisiche e psicologiche, con il
    risultato di allargare tali condizioni inizialmente ristrette a patologie inguaribili e
    sofferenze insopportabili, anche a persone con disagi psicologici come la
    depressione o la “sofferenza esistenziale”. In una società caratterizzata da un
    costante e progressivo invecchiamento della popolazione e dalla necessità di
    contenere i costi dell’assistenza sanitaria, la legalizzazione del suicidio
    medicalmente assistito, che inizialmente potrebbe essere prospettata per pochi
    casi pietosi e oggi eccezionali, potrebbe spingere la società ad intravedere
    possibili vantaggi economici a fronte del venir meno delle cure che sarebbero
    necessarie e indispensabili per garantire un’esistenza dignitosa alle persone
    direttamente coinvolte. La preoccupazione di fondo è che la legittimazione del
    suicidio assistito in determinate condizioni esistenziali possa portare al “pendio
    scivoloso” di considerare non degne tali condizioni in generale, fino a
    determinare quasi una sorta di “dovere di morire” il più rapidamente possibile,
    come richiesta implicita, situazione questa che verrebbe a pesare
    maggiormente sui soggetti meno abbienti e/o privi di affetti familiari.
    Anche alcuni di coloro che moralmente ammettono il suicidio assistito in
    casi limitatissimi aderiscono all’argomento del pendio scivoloso, ritenendo che
    lo scivolamento possa riguardare soprattutto la sfera giuridica nei limiti in cui
    non è possibile regolamentare l’eccezione, né porre una chiara linea di
    demarcazione tra sofferenza fisica e sofferenza psichica, stanchezza della vita
    e rifiuto della vita. Secondo questo orientamento giustificare un singolo atto è
    cosa ben diversa dal giustificare una prassi o una politica. Detto altrimenti, si
    può immaginare che un singolo atto, per esempio di assistenza al suicidio,
    rivolto a quel malato, in quella particolare condizione estrema, possa essere
    giustificato moralmente e possa anche non essere perseguibile penalmente;
    tuttavia, la legalizzazione sul piano giuridico di una prassi comprendente atti di
    questo genere acquisterebbe un significato assai diverso. Secondo tale analisi,
    la pratica professionale e la legalizzazione che permettono ai medici di
    assistere o ‘provocare la morte’, anche a ben precise condizioni, espongono
    presumibilmente a gravi abusi, con il rischio che questi aumentino sempre più
    nel corso del tempo.
    Altri, tuttavia, osservano che l’argomento del pendio scivoloso può avere un
    valore se inteso come invito alla cautela nell’individuazione di condizioni
    stringenti per l’ammissibilità dell’assistenza al suicidio, ma va contrastato nella
    forzatura retorica, secondo la quale non ci sarebbe una cesura, bensì una
    necessaria continuità dal suicidio medicalmente assistito in base alla richiesta
    consapevole del paziente (condizione necessaria seppure insufficiente) ad altre
    forme di anticipazione della morte moralmente non accettabili: una continuità

    19
    che tende ad azzerare le differenze che distinguono le situazioni moralmente
    ammissibili da quelle considerate inammissibili.
    L’esperienza dimostra come esistano forme di controllo che evitano di
    scivolare. Per esempio sono state create Commissioni apposite, che procedono
    a revisioni periodiche, le quali monitorano le nuove pratiche per controllare il
    rispetto delle clausole previste e segnalare eventuali problemi o abusi.
    L’esperienza dimostra che queste misure sono in grado di evitare lo
    scivolamento giù per il pendio.
    D’altro canto, un’eventuale futura modifica delle maglie inizialmente previste
    dalla legge (allargamento o restrizione) dovrebbe essere intesa come una
    possibile e ragionevole risposta a nuove esigenze sociali e culturali e a
    mutamenti nel comune sentire. Qualora fosse un allargamento, non dovrebbe
    essere aprioristicamente interpretato come un indebito cedimento alla logica del
    pendio scivoloso. Ciò può accadere quando l’esperienza acquisita nel frattempo
    giustifica tale soluzione, mostrando aspetti e problemi che prima non erano
    colti.
    In questo senso, costoro sostengono che anche nel caso del suicidio
    medicalmente assistito è possibile avere un provvedimento legislativo capace di
    contemperare le diverse esigenze in campo. Un simile provvedimento
    dovrebbe, quindi, da un lato tener fermi il valore simbolico e la forza deterrente
    del divieto di uccidere e, inoltre, valorizzare la responsabilità sociale assieme al
    dovere costituzionale di fornire cure adeguate nei confronti di tutti i malati;
    dall’altro, dovrebbe determinare gli elementi moralmente qualificanti al fine di
    considerare legale un atto (quello del suicidio medicalizzato) che, almeno in
    certi casi e a determinate condizioni, parte della società è disposta a
    considerare lecito e quindi degno di essere raccomandato alla ragionevolezza
    del legislatore.
    4.4. L’importanza delle cure palliative e delle terapie del dolore
    Ultimo tema qui considerato circa l’assistenza medic


    Rita Schiarea




  • Argomento: Evoluzione normativa


    Giudizio di legittimità costituzionale dello articolo 580 del Codice Penale: Ordinanza Corte Costituzionale n.207 del 2018

    ORDINANZA N. 207

    ANNO 2018


    REPUBBLICA ITALIANA
    IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
    LA CORTE COSTITUZIONALE

    composta dai signori: Presidente: Giorgio LATTANZI; Giudici : Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI, Giovanni AMOROSO, Francesco VIGANÒ, Luca ANTONINI,

    ha pronunciato la seguente
    ORDINANZA

    nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, promosso dalla Corte di assise di Milano, nel procedimento penale a carico di M. C., con ordinanza del 14 febbraio 2018, iscritta al n. 43 del registro ordinanze 2018 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 11, prima serie speciale, dell’anno 2018.
    Visti l’atto di costituzione di M. C., nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri, del Centro Studi “Rosario Livatino”, della libera associazione di volontariato “Vita è” e del Movimento per la vita italiano;
    udito nella udienza pubblica del 23 ottobre 2018 il Giudice relatore Franco Modugno;
    uditi gli avvocati Simone Pillon per la libera associazione di volontariato “Vita è”, Mauro Ronco per il Centro Studi “Rosario Livatino”, Ciro Intino per il Movimento per la vita italiano, Filomena Gallo e Vittorio Manes per M. C. e l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri.

    Ritenuto in fatto

    1.– Con ordinanza del 14 febbraio 2018, la Corte d’assise di Milano ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale:
    a) «nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio in alternativa alle condotte di istigazione e, quindi, a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito di suicidio», per ritenuto contrasto con gli artt. 2, 13, primo comma, e 117 della Costituzione, in relazione agli artt. 2 e 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848;
    b) «nella parte in cui prevede che le condotte di agevolazione dell’esecuzione del suicidio, che non incidano sul percorso deliberativo dell’aspirante suicida, siano sanzionabili con la pena della reclusione da 5 a 10 [recte: 12] anni, senza distinzione rispetto alle condotte di istigazione», per ritenuto contrasto con gli artt. 3, 13, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, Cost.
    Con riguardo alle questioni sub a), il riferimento all’art. 3 (anziché all’art. 2) Cost. che compare nel dispositivo dell’ordinanza di rimessione deve considerarsi frutto di mero errore materiale, alla luce del tenore complessivo della motivazione e delle «[c]onclusioni» che precedono immediatamente il dispositivo stesso.
    Secondo quanto riferito dal giudice a quo, le questioni traggono origine dalla vicenda di F. A., il quale, a seguito di un grave incidente stradale avvenuto il 13 giugno 2014, era rimasto tetraplegico e affetto da cecità bilaterale corticale (dunque, permanente). Non era autonomo nella respirazione (necessitando dell’ausilio, pur non continuativo, di un respiratore e di periodiche asportazioni di muco), nell’alimentazione (venendo nutrito in via intraparietale) e nell’evacuazione. Era percorso, altresì, da ricorrenti spasmi e contrazioni, produttivi di acute sofferenze, che non potevano essere completamente lenite farmacologicamente, se non mediante sedazione profonda. Conservava, però, intatte le facoltà intellettive.
    All’esito di lunghi e ripetuti ricoveri ospedalieri e di vari tentativi di riabilitazione e di cura (comprensivi anche di un trapianto di cellule staminali effettuato in India nel dicembre 2015), la sua condizione era risultata irreversibile. Aveva perciò maturato, a poco meno di due anni di distanza dall’incidente, la volontà di porre fine alla sua esistenza, comunicandola ai propri cari. Di fronte ai tentativi della madre e della fidanzata di dissuaderlo dal suo proposito, per dimostrare la propria irremovibile determinazione aveva intrapreso uno “sciopero” della fame e della parola, rifiutando per alcuni giorni di essere alimentato e di parlare.
    Di seguito a ciò, aveva preso contatto nel maggio 2016, tramite la propria fidanzata, con organizzazioni svizzere che si occupano dell’assistenza al suicidio: pratica consentita, a certe condizioni, dalla legislazione elvetica.
    Nel medesimo periodo, era entrato in contatto con M. C., imputato nel giudizio a quo, il quale gli aveva prospettato la possibilità di sottoporsi in Italia a sedazione profonda, interrompendo i trattamenti di ventilazione e alimentazione artificiale.
    Di fronte al suo fermo proposito di recarsi in Svizzera per il suicidio assistito, l’imputato aveva accettato di accompagnarlo in automobile presso la struttura prescelta. Inviata a quest’ultima la documentazione attestante le proprie condizioni di salute e la piena capacità di intendere e di volere, F. A. aveva alfine ottenuto da essa il “benestare” al suicidio assistito, con fissazione della data. Nei mesi successivi alla relativa comunicazione, egli aveva costantemente ribadito la propria scelta, comunicandola dapprima agli amici e poi pubblicamente (tramite un filmato e un appello al Presidente della Repubblica) e affermando «di viverla come “una liberazione”».
    Il 25 febbraio 2017 era stato quindi accompagnato da Milano (ove risiedeva) in Svizzera, a bordo di un’autovettura appositamente predisposta, con alla guida l’imputato e, al seguito, la madre, la fidanzata e la madre di quest’ultima.
    In Svizzera, il personale della struttura prescelta aveva nuovamente verificato le sue condizioni di salute, il suo consenso e la sua capacità di assumere in via autonoma il farmaco che gli avrebbe procurato la morte. In quegli ultimi giorni, tanto l’imputato, quanto i familiari avevano continuato a restargli vicini, rappresentandogli che avrebbe potuto desistere dal proposito di togliersi alla vita, nel qual caso sarebbe stato da loro riportato in Italia.
    Il suicidio era peraltro avvenuto due giorni dopo (il 27 febbraio 2017): azionando con la bocca uno stantuffo, l’interessato aveva iniettato nelle sue vene il farmaco letale.
    Di ritorno dal viaggio, M. C. si era autodenunciato ai carabinieri.
    A seguito di ordinanza di “imputazione coatta”, adottata ai sensi dell’art. 409 del codice di procedura penale dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale ordinario di Milano, egli era stato tratto quindi a giudizio davanti alla Corte rimettente per il reato di cui all’art. 580 cod. pen., tanto per aver rafforzato il proposito di suicidio di F. A., quanto per averne agevolato l’esecuzione.
    Il giudice a quo esclude, peraltro, la configurabilità della prima ipotesi accusatoria. Alla luce delle prove assunte nel corso dell’istruzione dibattimentale, F. A. avrebbe, infatti, maturato la decisione di rivolgersi all’associazione svizzera prima e indipendentemente dall’intervento dell’imputato.
    La Corte rimettente ritiene, invece, che l’accompagnamento in auto di F. A. presso la clinica elvetica integri, in base al “diritto vivente”, la fattispecie dell’aiuto al suicidio, in quanto condizione per la realizzazione dell’evento. L’unica sentenza della Corte di cassazione che si è occupata del tema ha, infatti, affermato che le condotte di agevolazione, incriminate dalla norma censurata in via alternativa rispetto a quelle di istigazione, debbono ritenersi perciò stesso punibili a prescindere dalle loro ricadute sul processo deliberativo dell’aspirante suicida (Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza 6 febbraio-12 marzo 1998, n. 3147).
    Su questo presupposto, la Corte d’assise milanese dubita, tuttavia, della legittimità costituzionale della norma censurata, anzitutto nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio anche quando esse non abbiano contribuito a determinare o a rafforzare il proposito della vittima.
    Il giudice a quo rileva come la disposizione denunciata presupponga che il suicidio sia un atto intriso di elementi di disvalore, in quanto contrario al principio di sacralità e indisponibilità della vita in correlazione agli obblighi sociali dell’individuo, ritenuti preminenti nella visione del regime fascista.
    La disposizione dovrebbe essere, però, riletta alla luce della Costituzione: in particolare, del principio personalistico enunciato dall’art. 2 – che pone l’uomo e non lo Stato al centro della vita sociale – e di quello di inviolabilità della libertà personale, affermato dall’art. 13; principi alla luce dei quali la vita – primo fra tutti i diritti inviolabili dell’uomo – non potrebbe essere «concepita in funzione di un fine eteronomo rispetto al suo titolare». Di qui, dunque, anche la libertà della persona di scegliere quando e come porre termine alla propria esistenza.
    Il diritto all’autodeterminazione individuale, previsto dall’art. 32 Cost. con riguardo ai trattamenti terapeutici, è stato, d’altronde, ampiamente valorizzato prima dalla giurisprudenza e poi dal legislatore, con la recente legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento), che sancisce l’obbligo di rispettare le decisioni del paziente, anche quando ne possa derivare la morte.
    La conclusione sarebbe avvalorata, inoltre, dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Essa avrebbe conosciuto una evoluzione, il cui approdo finale sarebbe rappresentato dall’esplicito riconoscimento, sulla base degli artt. 2 e 8 CEDU (che riconoscono e garantiscono, rispettivamente, il diritto alla vita e il diritto al rispetto della vita privata), del diritto di ciascun individuo «di decidere con quali mezzi e a che punto la propria vita finirà».
    A fronte di ciò, il bene giuridico protetto dalla norma denunciata andrebbe oggi identificato, non già nel diritto alla vita, ma nella libertà e consapevolezza della decisione del soggetto passivo di porvi fine, evitando influssi che alterino la sua scelta.
    In quest’ottica, la punizione delle condotte di aiuto al suicidio che non abbiano inciso sul percorso deliberativo della vittima risulterebbe ingiustificata e lesiva degli artt. 2, 13, primo comma, e 117 Cost. In tale ipotesi, infatti, la condotta dell’agevolatore rappresenterebbe lo strumento per la realizzazione di quanto deciso da un soggetto che esercita una libertà costituzionale, risultando quindi inoffensiva.
    La Corte d’assise milanese censura, per altro verso, la norma denunciata nella parte in cui punisce le condotte di aiuto al suicidio, non rafforzative del proposito dell’aspirante suicida, con la stessa severa pena – reclusione da cinque a dieci [recte: dodici] anni – prevista per le condotte di istigazione, da ritenere nettamente più gravi.
    La disposizione violerebbe, per questo verso, l’art. 3 Cost., unitamente al principio di proporzionalità della pena al disvalore del fatto, desumibile dagli artt. 13, 25, secondo comma, e 27, terzo comma, Cost.
    2.– È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale ha eccepito, in via preliminare, l’inammissibilità delle questioni sotto plurimi profili, deducendone, in ogni caso, l’infondatezza nel merito.
    3.– Si è costituito altresì l’imputato nel giudizio a quo, il quale, con memoria integrativa – contestata la fondatezza delle eccezioni di inammissibilità – ha rilevato come, di là dalla generica formulazione del petitum, le questioni debbano ritenersi radicate sul caso di specie: prospettiva nella quale ha chiesto – sulla base di articolate considerazioni – che l’art. 580 cod. pen. sia dichiarato illegittimo «nella parte in cui punisce la condotta di chi abbia agevolato l’esecuzione della volontà, liberamente formatasi, della persona che versi in uno stato di malattia irreversibile che produce gravi sofferenze, sempre che l’agevolazione sia strumentale al suicidio di chi, alternativamente, avrebbe potuto darsi la morte rifiutando i trattamenti sanitari»; ovvero, in subordine, «nella parte in cui prevede che le condotte di agevolazione al suicidio che non abbiano inciso sulla formazione del proposito suicidario siano punite allo stesso modo della istigazione al suicidio».
    Nella memoria per l’udienza, la parte costituita ha prospettato anche la possibilità di un superamento dei problemi di costituzionalità denunciati a mezzo di una sentenza interpretativa di rigetto.
    4.– Con ordinanza pronunciata all’udienza pubblica del 23 ottobre 2018 questa Corte ha dichiarato inammissibili gli interventi ad opponendum del Centro Studi “Rosario Livatino”, della libera associazione di volontariato “Vita è” e del Movimento per la vita italiano.
    Considerato in diritto

    1.– La Corte d’assise di Milano dubita della legittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale, che prevede il reato di istigazione o aiuto al suicidio, sotto due distinti profili.
    Da un lato, pone in discussione il perimetro applicativo della disposizione censurata, lamentando che essa incrimini anche le condotte di aiuto al suicidio che non abbiano contribuito a determinare o a rafforzare il proposito della vittima. Dall’altro, contesta il trattamento sanzionatorio riservato a tali condotte, dolendosi del fatto che esse siano punite con la medesima, severa pena prevista per le più gravi condotte di istigazione.
    Il giudice a quo non pone alcun rapporto di subordinazione espressa tra le questioni. Esso è, però, in re ipsa. Appare, infatti, evidente che le censure relative alla misura della pena hanno un senso solo in quanto le condotte avute di mira restino penalmente rilevanti: il che presuppone il mancato accoglimento delle questioni intese a ridefinire i confini applicativi della fattispecie criminosa.
    2.– Ciò puntualizzato, le eccezioni di inammissibilità formulate dal Presidente del Consiglio dei ministri non sono fondate.
    Contrariamente a quanto sostenuto dall’Avvocatura generale dello Stato, la circostanza che il giudice a quo abbia già escluso che, nella specie, il comportamento dell’imputato sia valso a rafforzare il proposito di suicidio della vittima non rende le questioni irrilevanti. Queste ultime poggiano, infatti, sulla premessa ermeneutica che l’agevolazione del suicidio sia repressa anche se non influente sul percorso deliberativo del soggetto passivo e mirano proprio a denunciare l’illegittimità costituzionale di una simile disciplina.
    Si tratta, a ben vedere, di una premessa corretta. La soluzione interpretativa di segno inverso risulterebbe, in effetti, in contrasto con la lettera della disposizione, poiché si tradurrebbe in una interpretatio abrogans. Nel momento stesso in cui si ritenesse che la condotta di agevolazione sia punibile solo se generativa o rafforzativa dell’intento suicida, si priverebbe totalmente di significato la previsione – ad opera della norma censurata – dell’ipotesi dell’aiuto al suicidio, come fattispecie alternativa e autonoma («ovvero») rispetto a quella dell’istigazione.
    Ciò è sufficiente ad escludere che possa ritenersi fondata l’ulteriore eccezione formulata dall’Avvocatura generale dello Stato, di inammissibilità delle questioni perché finalizzate a conseguire un avallo interpretativo e non precedute dal doveroso tentativo di interpretazione conforme a Costituzione della disposizione denunciata. Come affermato più volte da questa Corte, l’onere di interpretazione conforme viene meno, lasciando il passo all’incidente di costituzionalità, allorché il tenore letterale della disposizione non consenta tale interpretazione (ex plurimis, sentenze n. 268 e n. 83 del 2017, n. 241 e n. 36 del 2016, n. 219 del 2008). In quest’ottica, non influisce, dunque, sull’ammissibilità delle questioni la circostanza che il presupposto ermeneutico su cui esse poggiano risulti recepito, per affermazione della stessa Corte rimettente, in un’unica pronuncia resa da una sezione semplice della Corte di cassazione (la sola in argomento: Corte di cassazione, sezione prima penale, sentenza 6 febbraio-12 marzo 1998, n. 3147); pronuncia che, proprio perché isolata, non sarebbe di per sé idonea a determinare – contrariamente a quanto ritiene il giudice a quo – la formazione di un “diritto vivente” (ex plurimis, sentenze n. 223 del 2013 e n. 258 del 2012, ordinanza n. 139 del 2011).
    3.– Ugualmente infondata – in rapporto al petitum del giudice a quo – è la conclusiva eccezione dell’Avvocatura generale dello Stato, di inammissibilità delle questioni per avere la Corte rimettente richiesto una pronuncia manipolativa in materia rimessa alla discrezionalità del legislatore – come quella dell’individuazione dei fatti da sottoporre a pena – in assenza di una soluzione costituzionalmente obbligata.
    Al riguardo, va osservato che il giudice a quo chiede, in via principale, a questa Corte di rendere penalmente irrilevante l’agevolazione dell’altrui suicidio che non abbia inciso sulla decisione della vittima, a prescindere da ogni riferimento alle condizioni personali del soggetto passivo e alle ragioni del suo gesto: il che equivarrebbe, nella sostanza, a rimuovere la fattispecie criminosa dell’aiuto al suicidio, facendola ricadere integralmente in quella dell’istigazione. Di là dalla formulazione letterale del petitum, la Corte d’assise milanese invoca, dunque, una pronuncia a carattere meramente ablativo: pronuncia che, nella prospettiva della rimettente, rappresenterebbe una conseguenza automatica della linea argomentativa posta a base delle censure, senza implicare alcun intervento “creativo”. Ad avviso del giudice a quo, infatti, gli artt. 2, 13, primo comma, e 117 della Costituzione, in riferimento agli artt. 2 e 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, attribuirebbero a ciascuna persona la libertà di scegliere quando e come porre fine alla propria vita: ottica nella quale l’aiuto al suicidio prestato in favore di chi si sia autonomamente determinato nell’esercizio di tale libertà costituzionale si tradurrebbe, in ogni caso, in una condotta inoffensiva.
    4.– Nel merito, la tesi della Corte rimettente, nella sua assolutezza, non può essere condivisa.
    Analogamente a quanto avviene nelle altre legislazioni contemporanee, anche il nostro ordinamento non punisce il suicidio, neppure quando sarebbe materialmente possibile, ossia nel caso di tentato suicidio. Punisce, però, severamente (con la reclusione da cinque a dodici anni) chi concorre nel suicidio altrui, tanto nella forma del concorso morale, vale a dire determinando o rafforzando in altri il proposito suicida, quanto nella forma del concorso materiale, ossia agevolandone «in qualsiasi modo» l’esecuzione. Ciò, sempre che il suicidio abbia luogo o che, quantomeno, dal tentato suicidio derivi una lesione personale grave o gravissima (nel qual caso è prevista una pena minore).
    Il legislatore penale intende dunque, nella sostanza, proteggere il soggetto da decisioni in suo danno: non ritenendo, tuttavia, di poter colpire direttamente l’interessato, gli crea intorno una “cintura protettiva”, inibendo ai terzi di cooperare in qualsiasi modo con lui.
    Questo assetto non può ritenersi contrastante, di per sé, con i parametri evocati.
    5.– Non è pertinente, anzitutto, il riferimento del rimettente al diritto alla vita, riconosciuto implicitamente – come «primo dei diritti inviolabili dell’uomo» (sentenza n. 223 del 1996), in quanto presupposto per l’esercizio di tutti gli altri – dall’art. 2 Cost. (sentenza n. 35 del 1997), nonché, in modo esplicito, dall’art. 2 CEDU.
    Dall’art. 2 Cost. – non diversamente che dall’art. 2 CEDU – discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire.
    Che dal diritto alla vita, garantito dall’art. 2 CEDU, non possa derivare il diritto di rinunciare a vivere, e dunque un vero e proprio diritto a morire, è stato, del resto, da tempo affermato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, proprio in relazione alla tematica dell’aiuto al suicidio (sentenza 29 aprile 2002, Pretty contro Regno Unito).
    6.– Neppure, d’altro canto – contrariamente a quanto sostenuto dal giudice a quo – è possibile desumere la generale inoffensività dell’aiuto al suicidio da un generico diritto all’autodeterminazione individuale, riferibile anche al bene della vita, che il rimettente fa discendere dagli artt. 2 e 13, primo comma, Cost.
    In senso contrario, va infatti rilevato come non possa dubitarsi che l’art. 580 cod. pen. – anche nella parte in cui sottopone a pena la cooperazione materiale al suicidio – sia funzionale alla protezione di interessi meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento.
    È ben vero quanto rileva il giudice a quo, e cioè che il legislatore del 1930, mediante la norma incriminatrice in esame (peraltro già presente nel previgente codice penale del 1889: art. 370), intendeva tutelare la vita umana intesa come bene indisponibile, anche in funzione dell’interesse che la collettività riponeva nella conservazione della vita dei propri cittadini. Ma è anche vero che non è affatto arduo cogliere, oggi, la ratio di tutela di una norma quale l’art. 580 cod. pen. alla luce del mutato quadro costituzionale, che guarda alla persona umana come a un valore in sé, e non come a un semplice mezzo per il soddisfacimento di interessi collettivi.
    L’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio – rinvenibile anche in numerosi altri ordinamenti contemporanei – è, in effetti, funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere.
    La circostanza, del tutto comprensibile e rispondente ad una opzione da tempo universalmente radicata, che l’ordinamento non sanzioni chi abbia tentato di porre fine alla propria vita non rende affatto incoerente la scelta di punire chi cooperi materialmente alla dissoluzione della vita altrui, coadiuvando il suicida nell’attuazione del suo proposito. Condotta, questa, che – diversamente dalla prima – fuoriesce dalla sfera personale di chi la compie, innescando una relatio ad alteros di fronte alla quale viene in rilievo, nella sua pienezza, l’esigenza di rispetto del bene della vita.
    Il divieto in parola conserva una propria evidente ragion d’essere anche, se non soprattutto, nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita, qualora l’ordinamento consentisse a chiunque di cooperare anche soltanto all’esecuzione di una loro scelta suicida, magari per ragioni di personale tornaconto. Al legislatore penale non può ritenersi inibito, dunque, vietare condotte che spianino la strada a scelte suicide, in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite. Anzi, è compito della Repubblica porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa in simili situazioni di fragilità, rimovendo, in tal modo, gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (art. 3, secondo comma, Cost.).
    7.– Le medesime considerazioni ora svolte valgono, altresì, ad escludere che la norma censurata si ponga, sempre e comunque sia, in contrasto con l’art. 8 CEDU, il quale sancisce il diritto di ciascun individuo al rispetto della propria vita privata.
    Nel menzionato caso Pretty contro Regno Unito, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha, in effetti, dichiarato che il divieto, penalmente sanzionato, di assistere altri nel suicidio costituisce un’interferenza con il diritto in questione: diritto che comporta in linea di principio – e salvo il suo necessario bilanciamento con interessi e diritti contrapposti, di cui si dirà poco oltre – il riconoscimento all’individuo di una sfera di autonomia nelle decisioni che coinvolgono il proprio corpo, e che è a sua volta un aspetto del più generale diritto al libero sviluppo della propria persona. Tale affermazione è stata ulteriormente esplicitata dalla Corte in plurime occasioni successive, nelle quali i giudici di Strasburgo hanno affermato – ancora in riferimento a casi in cui i ricorrenti si dolevano di altrettanti ostacoli frapposti dallo Stato resistente al proprio diritto di ottenere un aiuto a morire a traverso la somministrazione di farmaci letali – che il diritto di ciascuno di decidere come e in quale momento debba avere fine la propria vita, sempre che si tratti di persona capace di prendere una decisione libera e di agire in conformità a tale decisione, è uno degli aspetti del diritto alla vita privata riconosciuto dall’art. 8 CEDU (Corte EDU, sentenza 20 gennaio 2011, Haas contro Svizzera; nello stesso senso, sentenza 19 luglio 2012, Koch contro Germania, e sentenza 14 maggio 2013, Gross contro Svizzera).
    In forza del paragrafo 2 dello stesso art. 8, una interferenza della pubblica autorità nell’esercizio di tale diritto è possibile solo se prevista dalla legge e necessaria, «in una società democratica», per gli scopi ivi indicati, tra i quali rientra «la protezione dei diritti e delle libertà altrui». Per consolidata giurisprudenza della Corte di Strasburgo, il concetto di necessità implica, altresì, che l’interferenza debba risultare proporzionata al legittimo scopo perseguito.
    A questo riguardo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha, peraltro, riconosciuto agli Stati un ampio margine di apprezzamento, sottolineando a più riprese come incriminazioni generali dell’aiuto al suicidio siano presenti nella gran parte delle legislazioni degli Stati membri del Consiglio d’Europa (Corte EDU, sentenza 29 aprile 2002, Pretty contro Regno Unito; sentenza 20 gennaio 2011, Haas contro Svizzera; sentenza 19 luglio 2012, Koch contro Germania). E la ragione atta a giustificare, agli effetti dell’art. 8, paragrafo 2, CEDU, simili incriminazioni è stata colta proprio nella finalità – ascrivibile anche alla norma qui sottoposta a scrutinio – di protezione delle persone deboli e vulnerabili (Corte EDU, sentenza 29 aprile 2002, Pretty contro Regno Unito).
    8.– Da quanto sinora osservato deriva, dunque, che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non può essere ritenuta incompatibile con la Costituzione.
    Occorre, tuttavia, considerare specificamente situazioni come quella oggetto del giudizio a quo: situazioni inimmaginabili all’epoca in cui la norma incriminatrice fu introdotta, ma portate sotto la sua sfera applicativa dagli sviluppi della scienza medica e della tecnologia, spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse, ma non di restituire loro una sufficienza di funzioni vitali.
    Il riferimento è, più in particolare, alle ipotesi in cui il soggetto agevolato si identifichi in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
    Si tratta, infatti, di ipotesi nelle quali l’assistenza di terzi nel porre fine alla sua vita può presentarsi al malato come l’unica via d’uscita per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare in base all’art. 32, secondo comma, Cost. Parametro, questo, non evocato nel dispositivo nell’ordinanza di rimessione, ma più volte richiamato in motivazione.
    Paradigmatica, al riguardo, la vicenda oggetto del giudizio principale, relativa a persona che, a seguito di grave incidente stradale, era rimasta priva della vista e tetraplegica, non più autonoma nella respirazione (necessitando dell’ausilio, pur periodico, di un respiratore inserito in un foro della trachea), nell’alimentazione (essendo nutrita in via intraparietale) e nell’evacuazione: conservando, però, intatte le capacità intellettive e la sensibilità al dolore. Alle sofferenze psicologiche indotte dalla drammatica condizione di cecità e di totale immobilità si accompagnavano così quelle fisiche, particolarmente acute, prodotte dagli spasmi e dalle contrazioni da cui il soggetto era quotidianamente percorso. Condizione, questa, risultata refrattaria a ogni tentativo di cura, anche sperimentale ed effettuata persino fuori dai confini nazionali.
    In simili casi, la decisione di lasciarsi morire potrebbe essere già presa dal malato, sulla base della legislazione vigente, con effetti vincolanti nei confronti dei terzi, a mezzo della richiesta di interruzione dei trattamenti di sostegno vitale in atto e di contestuale sottoposizione a sedazione profonda continua. Ciò, segnatamente in forza della recente legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento): legge che si autodichiara finalizzata alla tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona, nel rispetto dei principi di cui agli artt. 2, 13 e 32 Cost. e degli artt. 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art. 1, comma 1).
    La disciplina da essa recata, successiva ai fatti oggetto del giudizio principale, recepisce e sviluppa, nella sostanza, le conclusioni alle quali era già pervenuta all’epoca la giurisprudenza ordinaria – in particolare a seguito delle sentenze sui casi Welby (Tribunale ordinario di Roma, 17 ottobre 2007, n. 2049) ed Englaro (Corte di cassazione, sezione prima civile, 16 ottobre 2007, n. 21748) – nonché le indicazioni di questa Corte riguardo al valore costituzionale del principio del consenso informato del paziente al trattamento sanitario proposto dal medico: principio qualificabile come «vero e proprio diritto della persona», che «trova fondamento nei principi espressi nell’art. 2 della Costituzione, che ne tutela e promuove i diritti fondamentali, e negli artt. 13 e 32 della Costituzione, i quali stabiliscono, rispettivamente, che “la libertà personale è inviolabile”, e che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”» (sentenza n. 438 del 2008), svolgendo, in pratica, una «funzione di sintesi» tra il diritto all’autodeterminazione e quello alla salute (sentenza n. 253 del 2009).
    In quest’ottica, la citata legge n. 219 del 2017 riconosce ad ogni persona «capace di agire» il diritto di rifiutare o interrompere qualsiasi trattamento sanitario, ancorché necessario alla propria sopravvivenza, comprendendo espressamente nella relativa nozione anche i trattamenti di idratazione e nutrizione artificiale (art. 1, comma 5). L’esercizio di tale diritto viene, peraltro, inquadrato nel contesto della «relazione di cura e di fiducia» – la cosiddetta alleanza terapeutica – tra paziente e medico, che la legge mira a promuovere e valorizzare: relazione «che si basa sul consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico», e che coinvolge, «se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari o la parte dell’unione civile o il convivente ovvero una persona di fiducia del paziente medesimo» (art. 1, comma 2). È in particolare previsto che, ove il paziente manifesti l’intento di rifiutare o interrompere trattamenti necessari alla propria sopravvivenza, il medico debba prospettare a lui e, se vi acconsente, ai suoi familiari, le conseguenze della sua decisione e le possibili alternative, e promuovere «ogni azione di sostegno al paziente medesimo, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica». Ciò, ferma restando la possibilità per il paziente di modificare in qualsiasi momento la propria volontà (art. 1, comma 5).
    In ogni caso, il medico «è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo», rimanendo, «in conseguenza di ciò, […] esente da responsabilità civile o penale» (art. 1, comma 6).
    Integrando le previsioni della legge 15 marzo 2010, n. 38 (Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore) – che tutela e garantisce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore da parte del paziente, inserendole nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza – la legge n. 219 del 2017 prevede che la richiesta di sospensione dei trattamenti sanitari possa essere associata alla richiesta di terapie palliative, allo scopo di alleviare le sofferenze del paziente (art. 2, comma 1). Lo stesso art. 2 stabilisce inoltre, al comma 2, che il medico possa, con il consenso del paziente, ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, per fronteggiare sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari. Tale disposizione non può non riferirsi anche alle sofferenze provocate al paziente dal suo legittimo rifiuto di trattamenti di sostegno vitale, quali la ventilazione, l’idratazione o l’alimentazione artificiali: scelta che innesca un processo di indebolimento delle funzioni organiche il cui esito – non necessariamente rapido – è la morte.
    9.– La legislazione oggi in vigore non consente, invece, al medico che ne sia richiesto di mettere a disposizione del paziente che versa nelle condizioni sopra descritte trattamenti diretti, non già ad eliminare le sue sofferenze, ma a determinarne la morte.
    In tal modo, si costringe il paziente a subire un processo più lento, in ipotesi meno corrispondente alla propria visione della dignità nel morire e più carico di sofferenze per le persone che gli sono care.
    Secondo quanto ampiamente dedotto dalla parte costituita, nel caso oggetto del giudizio a quo l’interessato richiese l’assistenza al suicidio, scartando la soluzione dell’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale con contestuale sottoposizione a sedazione profonda (soluzione che pure gli era stata prospettata), proprio perché quest’ultima non gli avrebbe assicurato una morte rapida. Non essendo egli, infatti, totalmente dipendente dal respiratore artificiale, la morte sarebbe sopravvenuta solo dopo un periodo di apprezzabile durata, quantificabile in alcuni giorni: modalità di porre fine alla propria esistenza che egli reputava non dignitosa e che i propri cari avrebbero dovuto condividere sul piano emotivo.
    Nelle ipotesi in esame vengono messe in discussione, d’altronde, le esigenze di tutela che negli altri casi giustificano la repressione penale dell’aiuto al suicidio.
    Se, infatti, il cardinale rilievo del valore della vita non esclude l’obbligo di rispettare la decisione del malato di porre fine alla propria esistenza tramite l’interruzione dei trattamenti sanitari – anche quando ciò richieda una condotta attiva, almeno sul piano naturalistico, da parte di terzi (quale il distacco o lo spegnimento di un macchinario, accompagnato dalla somministrazione di una sedazione profonda continua e di una terapia del dolore) – non vi è ragione per la quale il medesimo valore debba tradursi in un ostacolo assoluto, penalmente presidiato, all’accoglimento della richiesta del malato di un aiuto che valga a sottrarlo al decorso più lento – apprezzato come contrario alla propria idea di morte dignitosa – conseguente all’anzidetta interruzione dei presidi di sostegno vitale.
    Quanto, poi, all’esigenza di proteggere le persone più vulnerabili, è ben vero che i malati irreversibili esposti a gravi sofferenze sono solitamente ascrivibili a tale categoria di soggetti. Ma è anche agevole osservare che, se chi è mantenuto in vita da un trattamento di sostegno artificiale è considerato dall’ordinamento in grado, a certe condizioni, di prendere la decisione di porre termine alla propria esistenza tramite l’interruzione di tale trattamento, non si vede perché il medesimo soggetto debba essere ritenuto viceversa bisognoso di una ferrea e indiscriminata protezione contro la propria volontà quando si discuta della decisione di concludere la propria esistenza con l’aiuto di altri, quale alternativa reputata maggiormente dignitosa alla predetta interruzione.
    Entro lo specifico ambito considerato, il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce, quindi, per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli artt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost., imponendogli in ultima analisi un’unica modalità per congedarsi dalla vita, senza che tale limitazione possa ritenersi preordinata alla tutela di altro interesse costituzionalmente apprezzabile, con conseguente lesione del principio della dignità umana, oltre che dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza in rapporto alle diverse condizioni soggettive (art. 3 Cost.: parametro, quest’ultimo, peraltro non evocato dal giudice a quo in rapporto alla questione principale, ma comunque sia rilevante quale fondamento della tutela della dignità umana).
    10.– Al riscontrato vulnus ai principi sopra indicati, questa Corte ritiene, peraltro, di non poter porre rimedio, almeno allo stato, a traverso la mera estromissione dall’ambito applicativo della disposizione penale delle ipotesi in cui l’aiuto venga prestato nei confronti di soggetti che versino nelle condizioni appena descritte.
    Una simile soluzione lascerebbe, infatti, del tutto priva di disciplina legale la prestazione di aiuto materiale ai pazienti in tali condizioni, in un ambito ad altissima sensibilità etico-sociale e rispetto al quale vanno con fermezza preclusi tutti i possibili abusi.
    In assenza di una specifica disciplina della materia, più in particolare, qualsiasi soggetto – anche non esercente una professione sanitaria – potrebbe lecitamente offrire, a casa propria o a domicilio, per spirito filantropico o a pagamento, assistenza al suicidio a pazienti che lo desiderino, senza alcun controllo ex ante sull’effettiva sussistenza, ad esempio, della loro capacità di autodeterminarsi, del carattere libero e informato della scelta da essi espressa e dell’irreversibilità della patologia da cui sono affetti.
    Di tali possibili conseguenze della propria decisione questa Corte non può non farsi carico, anche allorché sia chiamata, come nel presente caso, a vagliare la incompatibilità con la Costituzione esclusivamente di una disposizione di carattere penale.
    Una regolazione della materia, intesa ad evitare simili scenari, gravidi di pericoli per la vita di persone in situazione di vulnerabilità, è suscettibile peraltro di investire plurimi profili, ciascuno dei quali, a sua volta, variamente declinabile sulla base di scelte discrezionali: come, ad esempio, le modalità di verifica medica della sussistenza dei presupposti in presenza dei quali una persona possa richiedere l’aiuto, la disciplina del relativo “processo medicalizzato”, l’eventuale riserva esclusiva di somministrazione di tali trattamenti al servizio sanitario nazionale, la possibilità di una obiezione di coscienza del personale sanitario coinvolto nella procedura.
    D’altra parte, una disciplina delle condizioni di attuazione della decisione di taluni pazienti di liberarsi delle proprie sofferenze non solo attraverso una sedazione profonda continua e correlativo rifiuto dei trattamenti di sostegno vitale, ma anche a traverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte, potrebbe essere introdotta, anziché mediante una mera modifica della disposizione penale di cui all’art. 580 cod. pen., in questa sede censurata, inserendo la disciplina stessa nel contesto della legge n. 219 del 2017 e del suo spirito, in modo da inscrivere anche questa opzione nel quadro della «relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico», opportunamente valorizzata dall’art. 1 della legge medesima.
    Peraltro, l’eventuale collegamento della non punibilità al rispetto di una determinata procedura potrebbe far sorgere l’esigenza di introdurre una disciplina ad hoc per le vicende pregresse (come quella oggetto del giudizio a quo), che di tale non punibilità non potrebbero altrimenti beneficiare: anche qui con una varietà di soluzioni possibili.
    Dovrebbe essere valutata, infine, l’esigenza di adottare opportune cautele affinché – anche nell’applicazione pratica della futura disciplina – l’opzione della somministrazione di farmaci in grado di provocare entro un breve lasso di tempo la morte del paziente non comporti il rischio di alcuna prematura rinuncia, da parte delle strutture sanitarie, a offrire sempre al paziente medesimo concrete possibilità di accedere a cure palliative diverse dalla sedazione profonda continua, ove idonee a eliminare la sua sofferenza – in accordo con l’impegno assunto dallo Stato con la citata legge n. 38 del 2010 – sì da porlo in condizione di vivere con intensità e in modo dignitoso la parte restante della propria esistenza. Il coinvolgimento in un percorso di cure palliative dovrebbe costituire, infatti, un pre-requisito della scelta, in seguito, di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente.
    I delicati bilanciamenti ora indicati restano affidati, in linea di principio, al Parlamento, il compito naturale di questa Corte essendo quello di verificare la compatibilità di scelte già compiute dal legislatore, nell’esercizio della propria discrezionalità politica, con i limiti dettati dalle esigenze di rispetto dei principi costituzionali e dei diritti fondamentali delle persone coinvolti.
    11.– In situazioni analoghe a quella in esame, questa Corte ha, sino ad oggi, dichiarato l’inammissibilità della questione sollevata, accompagnando la pronuncia con un monito al legislatore affinché provvedesse all’adozione della disciplina necessaria al fine di rimuovere il vulnus costituzionale riscontrato: pronuncia alla quale, nel caso in cui il monito fosse rimasto senza riscontro, ha fatto seguito, di norma, una declaratoria di illegittimità costituzionale (ad esempio: sentenza n. 23 del 2013 e successiva sentenza n. 45 del 2015).
    Questa tecnica decisoria ha, tuttavia, l’effetto di lasciare in vita – e dunque esposta a ulteriori applicazioni, per un periodo di tempo non preventivabile – la normativa non conforme a Costituzione. La eventuale dichiarazione di incostituzionalità conseguente all’accertamento dell’inerzia legislativa presuppone, infatti, che venga sollevata una nuova questione di legittimità costituzionale, la quale può, peraltro, sopravvenire anche a notevole distanza di tempo dalla pronuncia della prima sentenza di inammissibilità, mentre nelle more la disciplina in discussione continua ad operare.
    Un simile effetto non può considerarsi consentito nel caso in esame, per le sue peculiari caratteristiche e per la rilevanza dei valori da esso coinvolti.
    Onde evitare che la norma possa trovare, in parte qua, applicazione medio tempore, lasciando però, pur sempre, al Parlamento la possibilità di assumere le necessarie decisioni rimesse in linea di principio alla sua discrezionalità – ferma restando l’esigenza di assicurare la tutela del malato nei limiti indicati dalla presente pronuncia – la Corte ritiene, dunque, di dover provvedere in diverso modo, facendo leva sui propri poteri di gestione del processo costituzionale: ossia di disporre il rinvio del giudizio in corso, fissando una nuova discussione delle questioni di legittimità costituzionale all’udienza del 24 settembre 2019, in esito alla quale potrà essere valutata l’eventuale sopravvenienza di una legge che regoli la materia in conformità alle segnalate esigenze di tutela. Rimarrà nel frattempo sospeso anche il giudizio a quo. Negli altri giudizi, spetterà ai giudici valutare se, alla luce di quanto indicato nella presente pronuncia, analoghe questioni di legittimità costituzionale della disposizione in esame debbano essere considerate rilevanti e non manifestamente infondate, così da evitare l’applicazione della disposizione stessa in parte qua.
    La soluzione ora adottata si fa carico, in definitiva, di preoccupazioni analoghe a quelle che hanno ispirato la Corte Suprema canadese, allorché ha dichiarato, nel 2015, l’illegittimità costituzionale di una disposizione penale analoga a quella ora sottoposta allo scrutinio, nella parte in cui tale disposizione proibiva l’assistenza medica al suicidio di una persona adulta capace che abbia chiaramente consentito a por fine alla propria vita, e che soffra di una patologia grave e incurabile che provoca sofferenze persistenti e intollerabili. In quell’occasione, i supremi giudici canadesi stabilirono di sospendere per dodici mesi l’efficacia della decisione stessa, proprio per dare l’opportunità al parlamento di elaborare una complessiva legislazione in materia, evitando la situazione di vuoto legislativo che si sarebbe creata in conseguenza della decisione (Corte Suprema del Canada, sentenza 6 febbraio 2015, Carter contro Canada, 2015, CSC 5).
    Lo spirito della presente decisione è, d’altra parte, simigliante a quello della recente sentenza della Corte Suprema inglese in materia di assistenza al suicidio, in cui la maggioranza dei giudici ritenne «istituzionalmente inappropriato per una corte, in questo momento, dichiarare che [la disposizione allora oggetto di scrutinio] è incompatibile con l’art. 8 [CEDU]», senza dare al Parlamento l’opportunità di considerare il problema (Corte Suprema del Regno Unito, sentenza 25 giugno 2014, Nicklinson e altri, [2014] UKSC 38). Sottolinearono in quell’occasione i supremi giudici inglesi che una anche solo parziale legalizzazione dell’assistenza al suicidio medicalmente assistito rappresenta una questione difficile, controversa ed eticamente sensibile, che richiede un approccio prudente delle corti; e aggiunsero che una simile questione reclama una valutazione approfondita da parte del legislatore, che ha la possibilità di intervenire – in esito a un iter procedurale nel quale possono essere coinvolti una pluralità di esperti e di portatori di interessi contrapposti – dettando una nuova complessiva regolamentazione della materia di carattere non penale, comprensiva di uno schema procedurale che consenta una corretta applicazione ai casi concreti delle regole così stabilite. Il tutto in un contesto espressamente definito «collaborativo» e «dialogico» fra Corte e Parlamento.
    Va dunque conclusivamente rilevato che, laddove, come nella specie, la soluzione del quesito di legittimità costituzionale coinvolga l’incrocio di valori di primario rilievo, il cui compiuto bilanciamento presuppone, in via diretta ed immediata, scelte che anzitutto il legislatore è abilitato a compiere, questa Corte reputa doveroso – in uno spirito di leale e dialettica collaborazione istituzionale – consentire, nella specie, al Parlamento ogni opportuna riflessione e iniziativa, così da evitare, per un verso, che, nei termini innanzi illustrati, una disposizione continui a produrre effetti reputati costituzionalmente non compatibili, ma al tempo stesso scongiurare possibili vuoti di tutela di valori, anch’essi pienamente rilevanti sul piano costituzionale.

    Per Questi Motivi
    LA CORTE COSTITUZIONALE

    rinvia all’udienza pubblica del 24 settembre 2019 la trattazione delle questioni di legittimità costituzionale sollevate con l’ordinanza indicata in epigrafe.
    Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 ottobre 2018.
    F.to:
    Giorgio LATTANZI, Presidente
    Franco MODUGNO, Redattore
    Filomena PERRONE, Cancelliere
    Depositata in Cancelleria il 16 novembre 2018.
    Il Cancelliere
    F.to: Filomena PERRONE
    Allegato:
    Ordinanza Letta All'udienza Del 23 Ottobre 2018
    ORDINANZA

    Rilevato che, nel giudizio di legittimità costituzionale promosso dalla Corte d'assise di Milano con ordinanza del 14 febbraio 2018 (r.o. n. 43 del 2018), hanno depositato atto di intervento il Centro Studi "Rosario Livatino", la libera associazione di volontariato "Vita è" e il Movimento per la vita italiano, in persona dei rispettivi legali rappresentati pro tempore;
    che, la libera associazione di volontariato "Vita è" ha, altresì, depositato memoria in data 26 settembre 2018.
    Considerato che le associazioni sopra indicate non rivestono la qualità di parti del giudizio principale;
    che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (tra le tante, le ordinanze allegate alle sentenze n. 16 del 2017, n. 237 e n. 134 del 2013), la partecipazione al giudizio di legittimità costituzionale è circoscritta, di norma, alle parti del giudizio a quo, oltre che al Presidente del Consiglio dei ministri e, nel caso di legge regionale, al Presidente della Giunta regionale (artt. 3 e 4 delle Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale);
    che a tale disciplina è possibile derogare - senza venire in contrasto con il carattere incidentale del giudizio di costituzionalità - soltanto a favore di soggetti terzi che siano titolari di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura (ex plurimis, ordinanze allegate alle sentenze n. 29 del 2017, n. 286 e n. 243 del 2016);
    che il presente giudizio - che ha ad oggetto l'art. 580 del codice penale, nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio «a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito di suicidio», nonché nella parte in cui punisce tali condotte con la medesima pena prevista per l'istigazione al suicidio - non sarebbe destinato a produrre, nei confronti delle associazioni intervenienti, effetti immediati, neppure indiretti;
    che, pertanto, esse non sono legittimate a partecipare al giudizio dinanzi a questa Corte.
    Per Questi Motivi
    LA CORTE COSTITUZIONALE

    dichiara inammissibili gli interventi del Centro Studi "Rosario Livatino", della libera associazione di volontariato "Vita è" e del Movimento per la vita italiano.
    F.to: Giorgio Lattanzi, Presidente


    La Redazione (R.S.)




  • Argomento: Approfondimento


    Etica e Diritto: inesistenza di un diritto al suicidio.

    La questione in esame in questo numero è particolarmente complessa , cercheremo di sintetizzarla il più possibile alla luce dell'Ordinamento giuridico italiano ed internazionale, relativamente al caso di specie che ha avviato l'intero procedimento di giudizio di costituzionalità dell'articolo 580:

    -Non esiste, ad oggi, nell'ordinamento italiano un diritto al suicidio, un diritto ad uccidersi. Nè può in alcun modo dedursi dall'articolo 2. Esiste certamente un diritto al consenso informato ed divieto di trattamenti sanitari senza il consenso ove non sia diversamente disposto dalla legge ma, si ripete nessun diritto al suicidio tanto meno sussumibile nella categoria dei diritti inviolabili dell'uomo.

    -Esiste, invece, proprio nell'articolo 2 tra i diritti inviolabili, il primo, il diritto alla vita.

    -In ogni caso la tutela del potere di autodeterminazione dell'individuo non può mai essere assoluta, figurando l'individuo stesso, come cittadino , all'interno di un corpus di diritti doveri in cui la dimensione sociale (articoli 2 e 4) non può essere negata, e mai essa stessa arrivare a violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana come tale.

    Conseguentemente ad avviso di chi scrive nessun profilo di incostituzionalità può ravvisarsi nell'articolo 580 del Codice Penale circa la sanzione penale in sè prevista per chi aiuta un individuo a suicidarsi (suicidio assistito). Diverso è, invece, il rilievo di dover graduare la pena a seconda che l'assistente abbia o meno determinato, consolidato il proposito suicida.

    Certamente l'intervento della Corte Costituzionale con l'Ordinanza 207/2018 sembra configurare un indubbio intervento del potere giudiziario in un ambito legislativo



    Diego Piergrossi






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