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mercoledi, 18 settembre 2019


Lavoro e Post Mercato
Quindicinale telematico a diffusione nazionale a carattere giornalistico e scientifico di attualità, informazione, formazione e studio multidisciplinare nella materia del lavoro


Rivista n. 307 - del 01-08-2019

Sommario




  • Argomento: Laboratorio sociale


    Scandalo CSM: non si spengano i riflettori prima della riforma della Giustizia.

    L'estate 2019 sarà purtroppo ben descritta nei libri di storia della Repubblica italiana: lo scandalo scoperto di una vera e propria rete coordinata da un politico e da autorevoli esponenti di ANM e CSM sulle nomine dei Magistrati alle Funzioni più importanti e strategiche nell'Amministrazione della Giustizia hanno minato dalle fondamenta la fiducia che il popolo di uno Stato deve riporre nell'Organo Giudiziario.

    Dubbio ancor più grave se si pensa che dopo la riforma costituzionale del 1993 votata sull'onda emotiva di Mani Pulite il sistema costituzionale ideato dai Padri Costituenti del 1948 è stao fortemente sbilanciato in favore del potere giudiziario.

    Tornano quasi profetici allora i moniti che tanto fecero discutere quando venero proferiti dall'ex Presidente del Consiglio Craxi, dall'ex Ministro della Giustizia Martelli (colui che protesse il Giudice Falcone quando era in vita) e soprattutto dall'ex Presidente della Repubblica Cossiga.

    Quest'ultimo più di 10 anni fa aveva denunciato il pericolo che un'associazione privata potesse condizionare e controllare il CSM, proprio l'organo costituzionale di autogoverno della Magistratura.

    Il Presidente della Repubblica ha chiesto ed ottenuto un passo indietro di tutti gli indagati, ma la sordina e le sospensioni ed in un caso la sostituzione non risolve in alcun modo la grave criticità emersa.

    Senza una totale riforma votata dal Parlamento del "pianeta giustizia" il problema lungi dall'essere risolto si ripresenterà nella sua drammaticità forse senza più alcuna possibilità di intervenire.

    Ecco perché questa redazione auspica almeno: 1. una riforma costituzionale del CSM affinché alla stessa si acceda per estrazione a sorte tra autorevoli operatori con almeno 15 anni di anzianità e specchiata condotta. 2. una modifica dei requisiti di accesso in Magistratura da riservarsi agli avvocati con almeno 5 anni di iscrizione all'Albo (sulla falsariga di quanto avviene ad es. nel Regno Unito) . 3- la separazione delle carriere e del CSM dei magistrati inquirenti e di quelli giudicanti 4. incremento di giudici e di cancellieri 5. riduzione della discrezionalità ad oggi eccessivamente ampia e tale da porre in seria discussione il principio costituzionale di cui all'articolo 3


    La Redazione (D.P.)




  • Argomento: Laboratorio sociale


    Il mestiere di genitore: il caso Bibbiano

    Il caso dei bambini di Bibbiano tolti ai genitori , in alcuni casi manipolando e/o suggestionando la psiche dei bambini risulta di una gravità assoluta poiché il quadro che sembra emergere dalle prime indagine non è quello di un episodio casuale di cui è responsabile un singolo soggetto che manifesta l'intenione prava di compiere il male, ma di un'organizzazione ben sviluppata a diversi livelli in cui tutto è sistematizzato compresi il nascondimento di regali inviati dai genitori ai bambini in istituto e mai fatti pervenire per consolidare uno stato di abbandono che doveva portare al distacco definitivo con la famiglia di origine E quando la manipolazione non era sufficiente, sempre secondo i riscontri della Stampa si arrivava, in alcuni casi perfino alle scariche elettriche!!!

    E che dire nello scoprire come alcuni dei referenti , seppure ammesso ex lege, non fossero nemmeno laureati in Psicologia e/o in Medicina con specializzazione psichiatrica , ma in Lettere!!!

    Non interessa in questa sede a quale partito appartengano i vari sindaci indagati, o che alcuni dei presunti "carnefici" promuovessero ideologie di contrasto alla famiglia naturale e di promozione delle idee LGBT...non rileva in alcun modo...quel che risulta di una gravità inaudita è il danno irreparabile che i carnefici hanno arrecato ai tantissimi bambini che hanno avuto la disgrazia di subire quegli "orientamenti". E al dolore impreso ai genitori, molti dei quali con l'unica colpa di essere poveri o fragili.


    Diego Piergrossi




  • Argomento: Rete sociale


    Il mestiere di educatore: veramente la promozione dello allattamento al seno materno è pericolosa in quanto potenzialmente in grado di promuovere una discriminazione di genere?

    La promozione dell'allattamento al seno materno è pericolosa in quanto potenzialmente in grado di promuovere una discriminazione di genere?
    Sì, secondo uno studio (?) del 2017 pubblicato su Pediatrics e riproposto sui social media nelle ultime settimane.

    Non possiamo che scientificamente ribattere punto su punto sull'importanza dell'allattamento al seno materno non solo sotto il profilo relazionale del neonato in quanto animale (sono infatti ben noti gli studi scientifici che hanno portato a normare ed impedire il distacco dalla mamma e la vendita degli animali di compagnia prima dei due mesi, in alcuni casi tre dalla nascita) ma anche per le straordinarie proprietà anche antivirali del colostro e per la salute della donna.

    Risulta altresì allora evidente che proprio quelle teorie gender che si volevano prive di scientificità perché insussistente un collegamento unitario ed una finalizzazione volta alla liquidità dei generi ed addirittura degli stessi sessi ed ad un rifiuto del termine "naturale" e per le quali teorie si erano operate vere e proprie epurazioni/espulsioni per delibera di diversi rappresentanti accademici che rappresentavano una tesi diversa da quella imposta dai vari consigli egli Ordini vengono corroborate e dimostrate apoditticamente da tali "studi" chiaramente volti destrutturare lo stesso concetto antropologico di uomo.


    Rita Schiarea




  • Argomento: Formazione


    Ripartizione della detrazione per figli a carico in presenza di redditiprodotti in regime forfetario .

    In materia di ripartizione della detrazione per figli a carico in presenza di redditi prodotti in regime forfetario l'Agenzia delle Entrate ha pubblicato la Risoluzione n.69 del 22 luglio 2019 rubricata: "Ripartizione della detrazione per figli a carico in presenza di redditi
    prodotti in regime forfetario – Art.12, comma 1, lett. c), del Tuir e
    Art. 1, commi da 54 a 89, della legge n. 190 del 2014".

    Nel quesito posto l'istante è un lavoratore dipendente coniugato con una libera professionista che applica il regime forfetario di cui all’articolo 1, commi da 54 a 89, della legge
    23 dicembre 2014, n. 190 (legge di stabilità 2015).

    Ai fini della determinazione del reddito imponibile, il comma 64 del citato
    articolo 1, prevede che i contribuenti aderenti al regime forfetario possono dedurre solo i contributi previdenziali.

    L’articolo 12, comma 1, lettera c), testo unico delle imposte sui redditi
    approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Tuir), dispone che la detrazione
    per figli a carico è ripartita nella misura del 50 per cento tra i genitori non legalmente ed effettivamente separati ovvero, previo accordo tra gli stessi, spetta al genitore che possiede un reddito complessivo di ammontare più elevato.

    In base alle richiamate disposizioni, l’istante avrebbe diritto a fruire della
    detrazione per figli a carico nella misura del 50 per cento, mentre la moglie risulterebbe esclusa dalla medesima detrazione, indipendentemente dalla circostanza che abbia o meno un reddito più elevato.

    Tuttavia, l’istante osserva che, come chiarito con la circolare 16 marzo
    2007, n. 15/E (par. 1.4.4.), attraverso la previsione dell’accordo tra i genitori per l’attribuzione della detrazione per i figli a carico, il legislatore ha inteso evitare
    che, a causa dell’incapienza dell’IRPEF di uno dei genitori, il nucleo familiare
    perda in tutto o in parte il beneficio fiscale.

    Ciò considerato, l’istante chiede di poter fruire della detrazione per figli a carico nella misura del 100 per cento.

    SOLUZIONE INTERPRETATIVA PROSPETTATA DAL CONTRIBUENTE

    L’istante ritiene di poter applicare la previsione di cui all’articolo 12,
    comma 1, lettera c), del Tuir e, pertanto, di poter fruire della detrazione per figli a carico nella misura del 100 per cento.

    PARERE DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE

    L’articolo 12 del Tuir, recante la disciplina delle detrazioni d’imposta per carichi di famiglia, prevede, al comma 1, lettera c), che la detrazione per figli a carico “è ripartita nella misura del 50 per cento tra i genitori non legalmente ed effettivamente separati ovvero, previo accordo tra gli stessi, spetta al genitore che
    possiede un reddito complessivo di ammontare più elevato”.

    L'Agenzia, con circolare 16 marzo 2007, n. 15/E (par. 1.4.3. e 1.4.4.), ha
    chiarito che i genitori non possono ripartire liberamente tra loro la detrazione per figli a carico in base alla convenienza economica.

    In particolare, nel caso di genitori non legalmente ed effettivamente separati,
    la detrazione per figli a carico, è ripartita in via normativa nella misura del 50 per cento ciascuno.

    Il criterio secondo cui la detrazione è attribuita ai genitori in egual
    percentuale può essere derogato nella sola ipotesi in cui i genitori si accordino per attribuire l’intera detrazione a quello dei due che possiede il reddito complessivo di ammontare più elevato.

    Attraverso la previsione di tale accordo, il legislatore ha inteso, in linea di principio, evitare che, a causa dell’incapienza dell’imposta dovuta da uno dei genitori, il nucleo familiare perda in tutto o in parte il beneficio fiscale previsto per i figli a carico.

    È possibile, tuttavia, dar corso all’accordo anche in assenza di tale
    condizione “di incapienza” poiché la norma, nel consentire l’attribuzione
    dell’intera detrazione al genitore con il maggior reddito, non vi fa espresso
    riferimento.

    Le detrazioni per carichi di famiglia, il cui importo varia in funzione del
    reddito complessivo del contribuente e della composizione del nucleo familiare, si scomputano dall’imposta lorda determinata secondo le regole ordinarie di cui all’articolo 11 del Tuir, ovvero applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili, le specifiche aliquote per scaglioni di reddito.

    Tali detrazioni non spettano, invece, ai contribuenti che aderiscono al regime
    forfetario disciplinato dall’articolo 1, commi da 54 a 89, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, come da ultimo modificato dall’articolo 1, commi da 9 a 11, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, i cui ricavi o compensi sono assoggettati ad imposta sostitutiva e non concorrono alla formazione del reddito complessivo.

    In particolare, a norma del comma 64 del citato articolo 1 della legge n. 190
    del 2014, il contribuente che aderisce al regime forfetario determina il reddito imponibile applicando all’ammontare dei ricavi o dei compensi percepiti un coefficiente di redditività, diversificato a seconda del codice ATECO che contraddistingue l’attività svolta.

    Da tale reddito è possibile dedurre solo i contributi previdenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge.

    Con specifico riferimento alle detrazioni per familiari a carico, il successivo comma 75 prevede che “ai fini del riconoscimento delle detrazioni per carichi di famiglia di cui all’articolo 12, comma 2, del testo unico di cui al decreto dl Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, rileva anche il reddito determinato ai sensi del comma 64”.

    In sostanza, così come chiarito anche dalla circolare 10/E del 4 aprile 2016
    (par. 4.3.7.), il reddito determinato secondo i criteri del regime forfetario rileva, unitamente al reddito complessivo, ai fini della determinazione del limite di euro
    2.840,51 per considerare i familiari fiscalmente a carico ai sensi dell’articolo 12, comma 2, del Tuir.

    Analogamente, si ritiene che il reddito determinato ai sensi del comma 64
    della citata legge n. 190 del 2014, al lordo dei contributi previdenziali, rilevi anche ai fini della comparazione del reddito più elevato richiesta dall’articolo 12, comma 1, lettera c), del Tuir, per stabilire quale genitore possa fruire della detrazione per
    figli a carico per l’intero importo.

    Alla luce di quanto esposto, si ritiene che, in applicazione delle regole
    generali che disciplinano le detrazioni per carichi di famiglia, l’istante possa fruire della detrazione per figli a carico nella misura del 100 per cento nella sola ipotesi in cui possieda un reddito complessivo più elevato rispetto al reddito della moglie.

    Il reddito prodotto dalla moglie rileverà, così come determinato ai sensi del comma 64 della citata legge n. 190 del 2014, al lordo dei contributi previdenziali, unitamente agli altri redditi eventualmente conseguiti dalla stessa.

    Si fa presente, infine, che resta ferma la possibilità per la professionista di
    optare per il regime ordinario di tassazione, laddove l’applicazione di detto regime risulti più conveniente rispetto a quello forfetario.

    (Fonte: Agenzia delle Entrate).


    Giuseppe Formichella




  • Argomento: Approfondimento


    Decreti ingiuntivi emessi a favore del fideiussore che ha agito invia di regresso nei confronti del debitore principale garantito. Orientamento delle Sezioni Unite.

    Pubblicata in data 30 luglio 2019 dall'Agenzia delle Entrate la Risoluzione n. 70/e/2019 avente ad oggetto: "Decreti ingiuntivi emessi a favore del fideiussore che ha agito in via di regresso nei confronti del debitore principale garantito – Tassazione ai fini dell’imposta di registro – Art. 8, comma 1, lettera b), della Tariffa, Parte I. Orientamento delle Sezioni
    Unite della Corte di Cassazione".

    In particolare l'Agenzia rileva come:

    "Nei diversi gradi di giudizio pendono numerose controversie relative alla
    tassazione, ai fini dell’imposta di registro, dei decreti ingiuntivi recanti condanna al pagamento di somme a carico del debitore garantito a favore del fideiussore precedentemente escusso dal creditore del rapporto obbligatorio principale (quest’ultimo ricadente in ambito Iva).

    In tale ipotesi, i ricorrenti sovente ritengono applicabile agli atti giudiziari in commento l’imposta di registro in misura fissa, in applicazione del principio di
    alternatività Iva/registro di cui all’art. 40 del Testo Unico dell’Imposta di Registro approvato con d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, sostenendo la natura accessoria della fideiussione, in luogo dell’applicazione dell’imposta
    proporzionale ai sensi dell’articolo 8, comma 1, lettera b), della Tariffa, Parte prima, allegata al medesimo d.P.R.

    La Corte di Cassazione – a partire dall’anno 2015 – ha ripetutamente
    affermato l’applicabilità del predetto articolo 8, comma 1, lettera b), della Tariffa alla fattispecie in esame confermando la legittimità dell’operato dell’Ufficio.

    Con ordinanze del 20 dicembre 2018, n. 33009/10/11, la Sezione V della
    Suprema Corte, richiamando il più risalente indirizzo giurisprudenziale ripreso in
    una isolata pronuncia (n. 19365 del 20 luglio 20181
    ), ha ritenuto di rimettere le
    cause al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite Civili,
    stante la difformità delle tesi affermate.
    La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ritenendo non condivisibile la
    citata pronuncia n. 19365 del 2018, nelle sentenze nn. 18520/21/22 del 10 luglio
    2019 ha espresso il seguente principio di diritto “In tema d'imposta di registro, il
    decreto ingiuntivo ottenuto nei confronti del debitore dal garante che abbia
    stipulato una polizza fideiussoria e che sia stato escusso dal creditore è soggetto
    all’imposta con aliquota proporzionale al valore della condanna, in quanto il
    garante non fa valere corrispettivi o prestazioni soggetti all’imposta sul valore
    aggiunto, ma esercita un’azione di rimborso di quanto versato”.
    Premessi brevi cenni al quadro normativo di riferimento, si illustra
    l’orientamento espresso dalla consolidata giurisprudenza di legittimità.
    L’art. 1950 del codice civile prevede che “Il fideiussore che ha pagato ha
    regresso contro il debitore principale, benché questi non fosse consapevole della
    prestata fideiussione. Il regresso comprende il capitale, gli interessi e le spese
    che il fideiussore ha fatte dopo che ha denunziato al debitore principale le
    istanze proposte contro di lui…”.
    Sovente, il fideiussore agisce in regresso attraverso la richiesta al giudice
    di emettere un decreto ingiuntivo a carico del debitore garantito.
    Ai fini dell’imposta di registro, l’art. 37 del d.P.R. n. 131 del 1986 dispone
    che “… i decreti ingiuntivi esecutivi … sono soggetti all’imposta anche se al
    momento della registrazione siano stati impugnati o siano ancora impugnabili,

    1 Nella sentenza n. 19365 del 2018, la Corte ha affermato che salvo conguaglio o rimborso in base a successiva sentenza passata in
    giudicato…”.
    L’art. 8, comma 1, lettera b), della Tariffa, Parte prima, allegata al d.P.R.
    n. 131 del 1986, dispone che sono tassati con imposta proporzionale nella misura
    del 3% gli atti dell’autorità giudiziaria ordinaria e speciale in materia di
    controversie civili che definiscono, anche parzialmente, il giudizio, compresi i
    decreti ingiuntivi esecutivi, “recanti condanna al pagamento di somme o valori,
    ad altre prestazioni o alla consegna di beni di qualsiasi natura”.
    Al riguardo, va richiamata altresì la Nota II) al citato art. 8 della Tariffa, la
    quale dispone che “Gli atti di cui al comma 1, lettera b), e al comma 1 bis non
    sono soggetti all’imposta proporzionale per la parte in cui dispongono il
    pagamento di corrispettivi o prestazioni soggetti all’imposta sul valore aggiunto
    ai sensi dell’art. 40 del testo unico”.
    L’art. 40 del d.P.R. n. 131 del 1986, che codifica il principio di
    alternatività Iva/registro, dispone, infatti, che “Per gli atti relativi a cessioni di
    beni e prestazioni di servizi soggetti all’imposta sul valore aggiunto, l’imposta si
    applica in misura fissa”.
    La Corte di Cassazione, Sezioni Unite, con le richiamate sentenze nn.
    18520/21/22 del 2019, ha ribadito che “… quando il garante chiede l’emissione
    del decreto ingiuntivo per ottenere dal debitore principale quanto ha versato al
    creditore, non fa affatto valere il credito da corrispettivo per la prestazione resa
    al debitore …”, ma si limita “… a ristorarsi di quanto versato, mediante
    l’esercizio di azione di rivalsa nei confronti del debitore. Sicché il titolo
    giudiziario ottenuto dal garante, concernendo la somma già da lui versata, non
    ha ad oggetto il pagamento di corrispettivi o prestazioni soggetti all’imposta sul
    valore aggiunto: non dispone una prestazione soggetta a iva, ossia quella di
    garanzia, già eseguita e verosimilmente remunerata col premio; …”.
    Tale orientamento conferma le recenti pronunce della Corte di Cassazione
    sulla specifica questione (ex multis, sentenze 19 gennaio 2018, n. 1339; 19
    gennaio 2018, n. 1341; 2 febbraio 2018, n. 2551; 17 maggio 2017, n. 12240).
    In particolare, secondo i giudici di legittimità, allorquando il fideiussore
    chiede l’emissione del decreto ingiuntivo per ottenere dal debitore garantito
    quanto ha versato al creditore, non fa valere il credito “da corrispettivo” per la
    prestazione di servizi resa al debitore medesimo, bensì si limita a esercitare i
    diritti già spettanti al creditore, a seguito del pagamento da lui eseguito.
    La Suprema Corte, al riguardo, ha evidenziato che la natura accessoria del
    contratto di fideiussione ha una valenza civilistica, mentre in ambito tributario e,
    segnatamente nell’ambito dell’imposta di registro, in cui viene colpita la singola
    manifestazione di ricchezza e la connessa capacità contributiva, viene in rilievo il
    principio dell’autonomia dei singoli negozi, escludendosi espressamente
    “l’unitarietà e inscindibilità dell’operazione complessiva”.
    Del resto il diritto di regresso nasce come diritto nuovo ed autonomo in
    capo al suo titolare per effetto dell’avvenuto pagamento nei confronti del
    creditore, e ciò sia rispetto al rapporto intercorso tra il creditore e il debitore
    principale ed alla natura della relativa obbligazione, sia rispetto a quello
    derivante dal contratto di fideiussione. Con il regresso, infatti, il fideiussore che
    ha pagato agisce nei confronti del debitore principale rimasto inadempiente per il
    recupero delle somme tassativamente indicate nell’art. 1950 c.c. e ciò a
    prescindere dai rapporti pregressi.
    L’azione del garante, quindi, si configura come eventuale e autonoma
    rispetto alla polizza pregressa e alla obbligazione ad essa sottesa: il solvens
    esercita un diritto – quello alla restituzione degli esborsi sostenuti – che sorge in
    via originaria, per effetto dell’avvenuto pagamento e solo successivamente allo
    stesso.
    Pertanto, pur rientrando “l’assunzione di fideiussioni” nel campo di
    applicazione dell’Iva, seppure in regime di esenzione ai sensi dell’art. 10 del
    d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, l’azione di regresso, per il suo carattere autonomo
    e meramente “restitutorio”, come sopra precisato, non risulta alla stessa ricollegabile.

    Analogamente, il carattere autonomo dell’azione in argomento ne esclude
    la connessione con il debito che costituisce l’obbligazione principale garantita.
    Ne consegue che la fattispecie in esame non coinvolge l’applicazione del
    principio di alternatività IVA/registro, che emerge, in tema di tassazione degli
    atti dell’autorità giudiziaria recanti “una condanna al pagamento di somme o
    valori”, dal combinato disposto dell’art. 8, comma 1, lettera b), della Tariffa,
    Parte I, allegata al d.P.R. n. 131 del 1986 e della Nota II) in calce al medesimo
    articolo.
    In tal senso, nella sentenza della Corte di Cassazione 19 gennaio 2018, n.
    1341, quanto al rapporto tra garante e debitore, si legge, conformemente a
    numerose precedenti pronunce, che “…l’affermata unitarietà ed inscindibilità
    dell’operazione è esclusa dal fatto che il titolo da cui scaturisce il debito
    principale è del tutto distinto dalla polizza fideiussoria, dalla quale è derivata la
    prestazione di garanzia, stipulata tra debitore principale e garante in forza del
    terzo creditore, considerato che il contratto di fideiussione stipulato tra
    fideiussore e debitore ha ad oggetto l’impegno del primo di prestare la garanzia
    nei confronti del creditore, a fronte, di norma, di una commissione, che ne
    costituisce il corrispettivo, mentre il pagamento da parte del garante escusso
    segna l’esecuzione della polizza fideiussoria e, quindi, l’esaurimento della
    prestazione di garanzia”.
    Né le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno ritenuto ricorrere nel caso
    di specie l’istituto della surrogazione di cui agli articoli 1201 e seguenti del
    codice civile.
    In conclusione, in materia di imposta di registro, ai fini
    dell’individuazione del corretto trattamento fiscale da applicare alla statuizione di
    condanna contenuta in un decreto ingiuntivo ottenuto dal fideiussore nei
    confronti del debitore principale nell’ambito dell’azione di regresso, assume
    rilievo esclusivamente la circostanza che trattasi di provvedimento monitorio
    recante una “condanna al pagamento di somme o valori”, con applicazione
    dell’imposta proporzionale nella misura del 3 per cento ai sensi dell’art. 8 della
    Tariffa, Parte prima, allegata al d.P.R. n. 131 del 1986.
    L’orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità, anche a
    Sezioni Unite, è conforme alla posizione interpretativa espressa
    dall’Amministrazione finanziaria (Risoluzione 22 febbraio 2017, n. 22/E)".

    (Fonte: Agenzia delle Entrate).


    Pierfrancesco Viola






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